Michele Risolo

michele_risolo

“Michele Risolo? Chi era costui?” Alla specifica domanda sono sicuro che la gran parte dei nostri concittadini risponderebbe scimmiottando Don Abbondio. Del resto, io stesso, se non avessi reperito, tra le carte di mio padre, qualche opuscolo e qualche espressione di rammarico sull’oblio che costantemente offusca la memoria degli uggianesi, sarei rimasto convinto trattarsi, tutt’al più, di qualche novello Carneade. Da quegli opuscoli emergeva solo la figura di un giornalista, poi anche direttore di qualche quotidiano, e poche note biografiche. Nulla che facesse trasparire la sua parabola umana. Certo, il fatto che avesse rivestito un incarico prestigioso mi suggeriva un approfondimento. Così, per fortuna, è venuto fuori, pian piano, un primo abbozzo: qualcosa di molto particolare e, direi, di paradigmatico per la storia del ‘900. Mi piace, anzitutto, evidenziare come le origini degli uggianesi “illustri” siano tutte umilissime. Così fu per Dante De Blasi, “raccomandato” per la nomina a docente universitario per la cattedra di Igiene di Napoli da Giuseppe Moscati, il quale ne sottolineò all’allora Ministro dell’Istruzione Giovanni Gentile non solo la bravura, ma anche le umili origini (democratiche e meritocratiche raccomandazioni di un tempo!). Così fu per Riccardo Rubrichi, che nacque in famiglia di modesta condizione, seppur il padre fosse maestro. E così anche per Michele Risolo, nato a Uggiano la Chiesa l’11.8.1889. E del resto la scelta di essere seppellito nel paese natìo, lo scarno sepolcro che lo accoglie nel nostro camposanto e le poche intime parole di commiato dei familiari incise sulla lapide ispirano un sentimento di modestia che riduce le distanze. Sono forse noti a qualcuno, e comunque facilmente documentabili, gli studi universitari condotti nei primi anni del ‘900 presso l’Università di Firenze, allora “Istituto di Studi Superiori”, la laurea in lettere, la pubblicazione “Il primo Mefistofele di Arrigo Boito“, commento alla prima versione dell’opera musicale, base del Faust di Goethe (opera stampata in Napoli nel 1916 per i tipi di Perrella), la collaborazione alla rivista “Rassegna di Bibliografia della Letteratura Italiana” fondata da Alessandro D’Ancona e diretta da Francesco Flamini, Professore di Lettere nella R.Università di Pisa, e dal Professore di Lettere nella R.Università di Catania, Achille Pellizzari (nato a Maglie), dove il Nostro si occupava, nella rubrica “Notiziario“, di recensire innumerevoli pubblicazioni letterarie. Nel 1916 fu lettore di italiano nell’Università di Grenoble. Negli anni successivi, dopo il trasferimento da Firenze a Trieste, insegnò latino, storia e filosofia nel liceo classico “Francesco Petrarca”. Pubblicò “Barbey d’Aurevilly“, un saggio sullo scrittore “satanista” romantico francese, ma profondamente cristiano, Jules Amedée Barbey d’Aurevilly (stampato anch’essa in Napoli per i tipi della Società Anonima E. e F. Perrella nel 1920), che gli valse il premio al concorso Cantoni per la letteratura francese alla Regia Università di Firenze, ed ancora “Carducci e D’Annunzio nella storia della poesia italiana“, piccola opera stampata in Trieste nel 1928 dalla Casa Editrice La Vedetta Italiana, ed altri libelli, quali “De’ remi facemmo ali al folle volo…” (Editrice La Rivista Letteraria, Udine 1929), commento al canto di Ulisse della Divina Commedia con dedica celebrativa al Duce. A Trieste insegnò nella stessa scuola in cui insegnava inglese Stanislaus Joyce, fratello del famoso scrittore irlandese. Nel secondo dopoguerra continuò la sua attività di giornalista sul quotidiano La Nazione di Firenze, città dove aveva raggiunto la moglie, pubblicando articoli, recensioni e servizi. Contribuì, con lo studio “Tappe e momenti di un secolo di vita“, anche al volume celebrativo “La Nazione nei suoi cento anni dal 1859 al 1959“, realizzato coi contributi di Alfio Russo, Giovanni Spadolini, Nino Valeri, Luigi Salvatorelli, Giovanni Grazzini, Giovanni Ansaldo, Indro Montanelli (1959, Edizioni Resto del Carlino). Nel 1959 scrisse il saggio storico “La stampa politica in Firenze dal 27 aprile 1859 al 15 marzo 1860“, per la Rassegna Storica Toscana, a cura della Società Toscana per la storia del Risorgimento di Firenze, in occasione del centenario della rivoluzione toscana. Nel ’60 pubblicò “Un secolo di cultura italiana 1860-1960” per i tipi fiorentini della Bemporad Marzocco.

Meno nota, e più interessante, è la sua vicenda personale e familiare. Michele, durante gli studi universitari aveva conosciuto una studentessa triestina, Amalia Popper, figlia di Letizia Luzzatto, pittrice ebrea veneziana di talento allieva del famoso Favretto, animata da fervente irredentismo e imparentata con altre famiglie irredentiste, e del facoltoso commerciante ebreo boemo Leopold Popper, trapiantato a Trieste nel 1885, dove, dopo aver costituito la società Brum & Popper coll’amico Adolf Brum, nel 1906 aveva fondato la più grande e nota compagnia di navigazione triestina, L’Adriatica. La giovane era nata il 26.8.1891 e si era diplomata a Trieste nel 1908-1909. Il padre Leopold, che parlava correntemente italiano e tedesco, aveva scelto di mandare i figli presso le scuole italiane perché altrove circolavano già idee antisemite. I giovani si erano conosciuti durante la permanenza di Amalia a Firenze per la frequenza dei corsi universitari di lingue. Fidanzati nel ’13, si erano sposati civilmente nel municipio di Firenze il 22 dicembre 1914. Nel ’15 era nato a Firenze il primo figlio, Angelo Leopoldo (poi medico a Trieste, morto nel ’77, sposato con Albertina, da cui nacque Antonietta -oggi titolare della casa editrice Ibiskos Editrice Risolo con sede a Empoli- che si occupò nel ’91 e poi ancora nel 2002 della ripubblicazione dei cinque racconti di Gente di Dublino nella traduzione operata dalla nonna Amalia). Allo scoppio della I guerra mondiale la famiglia di Amalia si spostò a Zurigo, poi madre, figlia e nipote presero casa a Firenze, mentre Leopold rimase a Zurigo, ospitato da cari amici. Nel ’17 Amalia si laureò ed alla fine del ’18, terminata la prima guerra mondiale, la coppia si trasferì a Trieste, dove nacquero, nel ’20, Silvia Lucia Letizia (scrittrice anche lei), e nel ’24 Fausto (architetto, vivente a Roma). Il giovane Risolo si era ritrovato così fiondato in una famiglia ebrea con una forte caratterizzazione di italianità, in quel clima infuocato di violenze reciproche tra comunità italiana e slovena che seguì il primo conflitto mondiale, contrassegnato da un lato dai conati rivoluzionari di coloro che guardavano ai fatti di Russia, e dall’altro dal mito della “Vittoria mutilata”, culminata nella vicenda di Fiume. In quel momento aveva iniziato la sua carriera di giornalista, occupandosi anche delle pagine culturali de Il Piccolo di Trieste. Memorabile una sua intervista a Pirandello apparsa sul Piccolo della Sera del 4.12.26, quando lo scrittore era giunto a Trieste con la sua compagnia teatrale per portare in scena “Sei personaggi in cerca d’autore” (Pirandello, nello stesso anno si era recato personalmente a Roma per aderire entusiasticamente al fascismo e riconoscere in Mussolini l’uomo della provvidenza). In quel periodo frequenti erano ancora violenze, attentati, omicidi, perpetrati ai danni degli italiani e dei loro beni, e che videro come vittime anche giornalisti e testate. Spesso le reazioni degli italiani furono altrettanto violente. Il fascismo aveva fatto propria la questione giuliano-dalmata, sicché l’adesione al fascismo degli italiani di quei territori -si può dire senza rischi di smentite- divenne ben presto tutt’uno col senso dell’appartenenza nazionale. Peraltro, l’acclimatamento del Nostro dovette essere favorito dalla presenza in quel territorio dello zio materno Italo Nachira, anch’egli uggianese, un militare che aveva partecipato all’impresa di Fiume al seguito di D’Annunzio, distinguendosi come comandante della Legione San Marco, formata da arditi e reduci del primo conflitto mondiale. Italo Nachira avrebbe poi continuato a servire l’esercito anche dopo l’8 settembre, finendo i suoi giorni nel gennaio del ’44 a Pola, fulminato dai partigiani titini nel suo ufficio di Comandante del Distretto con un colpo di pistola alla testa. Così, in quell’ambiente effervescente di cultura italiana quale era la Trieste degli anni ’20, Michele Risolo dovette trovarsi presto a suo agio. Aderì al fascismo fin dalle origini del movimento, partecipò alla marcia su Roma e nel volgere di qualche anno finì coll’essere nominato direttore del Popolo di Trieste, organo locale della Federazione Fascista, incarico che rivestì dal ’24 al ’26, nel momento delicato e pericoloso seguito all’attentato mortale al direttore del giornale, e poi ancora negli anni ’30, fino a quando fu incaricato della direzione del Piccolo di Trieste, testata storica triestina, ormai da decenni divenuto un vero e proprio crogiuolo di italianità. Nel giugno del ’31 fu nominato segretario del Sindacato interprovinciale fascista dei giornalisti di Trieste, un tempo Associazione Italiana della Stampa di Trieste, incarico che mantenne fino al settembre del ’38. Nel ’32 pubblicò “Storia del Fascismo nella Venezia Giulia dalle origini alla marcia su Roma“, per il tipi della C.E.L.V.I.  Nel ’35 fu nominato ancora direttore del Popolo di Trieste, continuando nel frattempo la sua attività di critico letterario e di studioso dei fenomeni culturali. Collaborò per qualche anno alla pubblicazione fascista “Gerarchia“. A lui va il grande merito di aver pubblicato per la prima volta in Italia, in appendice al Popolo di Trieste e poi anche sul Piccolo, alcuni racconti di James Joyce tradotti dalla moglie. Infatti, Amalia Popper, tra l’08 ed il ‘09 era stata allieva dello scrittore, quando questi, nel periodo di permanenza a Trieste, provvedeva, tra mille difficoltà economiche, ai bisogni della sua famiglia impartendo lezioni di lingua inglese a domicilio alle rampolle delle famiglie agiate, presso la cui ville, affacciate sul mare, veniva spesso invitato la domenica a suonare il pianoforte assieme alla sorella ed a cantare brani di Puccini, Verdi e ballate irlandesi, tra thé e vassoi di pasticcini. Frequentemente tali incontri avvenivano a Villa Popper, dove Joyce era molto stimato anche dai padroni di casa, ciò che permise l’instaurarsi di un duraturo legame di amicizia. Joyce certo prese ispirazione ai suoi scritti dalla persone che frequentava, sicché -afferma lo stesso Risolo, presente ad alcuni di tali incontri- è assai probabile che dal padre di Amalia, Leopold e dal suo socio, Brum, sia nata l’idea di assegnare all’eroe del suo Ulisse il nome di Leopold Bloom; parallelamente non può escludersi che il nome di Amalia, familiarmente chiamata Malietta, Maliú e Màli, abbia ispirato il nome di Molly, protagonista della stessa opera. Grazie a quella datata frequentazione, nel ’34 Amalia aveva ottenuto dallo scrittore, nel frattempo tornato in Irlanda, il consenso alla traduzione di cinque racconti di “Gente di Dublino“, ovvero “Araby“, “Una nuvoletta“, “Controparti“, “Evelina” e “I morti“, la cui raccolta fu pubblicata nel ’35 col titolo di “Araby“, assieme alle linee essenziali della biografia fornitale dallo stesso Joyce. Amalia si occupò anche della traduzione in italiano delle poesie di R.M.Rilke.

La vita di Risolo fu quindi piena di successi personali durante gli anni ’30, nonostante la crisi economica che aveva colpito anche i commerci e gli oscuri presagi sulla tenuta della pace in Europa, fino a quando la fortuna gli girò improvvisamente le spalle. In occasione dell’emanazione delle leggi razziali nel ’38, pur nella consapevolezza delle conseguenze del suo gesto, ebbe il coraggio di esprimere critiche alla deriva razziale di quella politica fascista, che tante volte aveva celebrato nella difesa dell’italianità, proprio dalle colonne del Popolo di Trieste, organo del partito. Arrivò subito, ai primi di settembre, la destituzione dall’incarico di direttore e la sua sostituzione con Carlo Barbieri, di posizioni apertamente antisemite. Ai danni del suocero fu avviato un procedimento per la revoca della cittadinanza, mentre la moglie fu privata della cattedra che rivestiva presso le scuole medie inferiori sin dal ’27, nonostante fosse in possesso del prerequisito per l’insegnamento rappresentato dall’essere membro del Partito Fascista da prima del 1933. A fronte di quell’aperto dissenso nulla valse la datata militanza del Risolo e l’adesione primigenia al fascismo: la risposta delle gerarchie fu inflessibile e spietata. Ma le disgrazie erano appena cominciate. Durante il secondo conflitto accolse il suocero nella propria abitazione in via Carpaccio, dove soggiornò con la moglie fin quando le vicende belliche, il complicarsi della situazione giuliana e le insistenti voci di deportazioni operate dai nazisti consigliarono ad Amalia il ritorno a Firenze coi figli. La casa di Risolo fu bombardata e distrutta nel corso dei combattimenti e all’arrivo della truppe tedesche in città, la cognata Lisetta ed il marito furono deportati ad Auschwitz, dove trovarono la morte nel 1944. Il suocero morì a Trieste nel gennaio ’45. Così tristemente si chiuse l’esperienza triestina di Risolo. La drammatica espiazione della giovanile ed entusiastica adesione al fascismo, pagata anche con l’incrinatura dei rapporti familiari, non fu sufficiente a salvarlo dalla damnatio memoriae e dalla bollatura morale nella Trieste dei vincitori. Nel dopoguerra egli operò a Firenze come giornalista al quotidiano La Nazione e fu per molti anni presidente del Collegio dei Probiviri dell’Associazione stampa toscana. Collaborò a lungo anche con la Gazzetta del Mezzogiorno. Tra le varie onorificenze, ottenne dall’Accademia dei Lincei la medaglia d’oro per le sue molteplici attività nel campo della cultura. Amalia continuò ad insegnare inglese e tedesco nella scuola media a Firenze, dove la morte la colse nel febbraio del ’67, dopo due anni di grave malattia.

Il nome di Michele Risolo tornò per l’ultima volta alla ribalta delle cronache quando nel ’68 il Prof. Richard Ellman, biografo di Joyce, pubblicò in Italia una novelletta dello scrittore in 60 pagine di prosa poetica dal titolo di “Giacomo Joyce“, ambientata nella Trieste bene degli anni prebellici, di cui aveva già inserito alcune porzioni nella sua monumentale biografia pubblicata in Italia nel ’64. Il manoscritto dell’opera, risalente agli anni ’13-’14, era stato custodito a Trieste da Stanislaus, fratello dello scrittore, dopo la partenza di questi per l’Irlanda nel 1920, e fu donato ad Ellmann da Nelly Lichtensteiger, vedova di Stanislaus nel ‘53. Il biografo aveva ipotizzato l’identificazione proprio con Amalia Popper del personaggio femminile tratteggiato nella novella, che ha una relazione di tipo platonico col protagonista, il cui nome si rifà, evidentemente a Casanova, e perciò la prudenza lo aveva spinto a postergare la pubblicazione dell’opera alla morte di Amalia. L’identificazione della protagonista femminile con Amalia fu però osteggiata, probabilmente a tutela della memoria della moglie, con varie argomentazioni da Michele Risolo, che a questo riguardo intrattenne una fitta corrispondenza con Ellmann ed altri studiosi, e che fu costretto infine a pubblicare un articolo sul Corriere della Sera del 27 febbraio 1969, in cui cercò di evidenziare le incongruenze logiche e cronologiche dell’ipotesi del biografo.

Michele Risolo morì a Firenze il 1.3.1975 e le sue spoglie furono deposte nel paese natìo, dove giacciono neglette e sconosciute al viandante.

Annunci

7 commenti

Archiviato in novecento

DISAVVENTURE FISCALI IDRUNTINE

WP_20140301_025Per salvaguardare le entrate del monopolio sul tabacco, i viceré spagnoli del regno di Napoli, a metà del XVII secolo, elaborarono una normativa diretta a contrastare la diffusione del contrabbando. Con Regia Prammatica 24, “de Vectigalibus et Gabellis”, del viceré Conte d’Onnatte de Villamediana del 10 dicembre 1650 fu imposto il divieto assoluto di vendere pubblicamente o segretamente tabacco di qualsiasi sorta, in foglia o in polvere minuta o grossa, semplice o misturato con odori, profumi, o con polveri o erbe, o fiori odoriferi o medicinali, sia orientale che europeo o italiano, ed anche di rivendere semplicemente a terzi quello legalmente acquistato presso le botteghe autorizzate in regime di monopolio reale.

La punizione, che colpiva sia i venditori che i compratori, consisteva, in origine, nella confisca della merce e nell’irrogazione di una pena pecuniaria di ducati otto per ogni libbra di tabacco rinvenuto alla prima infrazione, 16 ducati per libbra alla seconda infrazione, 24 per la terza, e dalla quarta infrazione la pena era stabilita a discrezione dell’Autorità. Per invogliare le denunce la pena pecuniaria veniva assegnata per tre quarti al fisco e per un quarto al delatore, cui era garantito l’anonimato.

Chi importava del tabacco, di qualsiasi grado e condizione fosse, era tenuto a segnalare il carico alla dogana entro le 24 ore dall’ingresso nel regno, mediante consegna agli ufficiali del fondaco più vicino di un “manifesto” con indicazione del carico. Soltanto dopo tale adempimento era consentito sbarcare o trasportare il tabacco nel fondaco e contrattarne il prezzo col suo amministratore o conduttore. Nel caso fosse stata omessa tale comunicazione, lo sbarco o lo scarico del tabacco era considerato contrabbando, con conseguente sequestro del carico. In tal caso la pena per i padroni dei vascelli, delle feluche o delle barche così come dei mezzi di trasporto terrestri era di tre anni di galea.

Era lecito provvedersi di tabacco soltanto presso i regi fondachi o presso le botteghe autorizzate, e chiunque fosse trovato a portare tabacco non dichiarato soggiaceva alla predetta pena pecuniaria.

Chi esportava tabacco per altre località dello stesso regno o per l’estero doveva premunirsi di autorizzazione dei regi ufficiali di dogana, per non incorrere nel sequestro della merce e nelle pene predette.

Non era consentito neanche produrre, lavorare o miscelare tabacco, e neanche tenere mulini o mulinelli per la macinatura, né mortai per pestarlo senza licenza del Governatore o degli Arrendatori, cioè di coloro che prendevano in gestione dalla corona il commercio del tabacco in regime di monopolio, che a loro volta solevano poi subaffittare i singoli fondachi ai “luogotenenti”.

Questo complesso di sanzioni non impediva però la crescita esponenziale delle frodi e del contrabbando a tutto danno degli Arrendatori, che spesso sollecitavano l’applicazione rigorosa della Prammatica, rimasta sostanzialmente lettera morta.

I contrabbandieri, infatti, quando venivano colti in fragrante a trasportare tabacco, si giustificavano dichiarando maliziosamente di aver caricato il tabacco all’estero e di essere solo di transito nel regno, in quanto diretti “extra regno”. Per vincere la loro furbizia, la Regia Camera della Sommaria, giudice tributario, con bando del 19 febbraio 1652, ordinò che anche qualora l’imbarcazione o il mezzo di trasporto terrestre fosse di solo transito nel regno, essendo diretto il carico “extra regno”, il padrone dovesse premunirsi di licenza scritta degli Arrendatori, sotto pena di tre anni di galea per gli “ignobili” e tre anni di relegazione per i nobili, oltre alla confisca di vascelli, feluche, barche, calessi, carri, carrozze, animali compresi, e di qualsiasi altro mezzo utilizzato per il trasporto.

A chi denunciava il contrabbando, cui si garantiva l’anonimato, andava l’intero prezzo del tabacco e la metà della pena pecuniaria irrogata ai contrabbandieri.

Tali disposizioni furono rinnovate e progressivamente inasprite dalla Regia Camera della Sommaria negli anni 1655, 1668, 1673, 1677. Furono aggiunte alle pene pecuniarie anche pene corporali, e tutte furono cumulate alle pene detentive, che colpivano sia il venditore che l’acquirente del tabacco. Col tempo le pene detentive stabilite per i padroni dei mezzi di trasporto furono estese anche a “marinai, sopraccarichi, mezzani, cocchieri, calessieri, carresi, salmatari, vaticali, bastagi, ed altri che accompagnassero e convogliassero detti contrabbandi”, purché fossero consapevoli del carico. Le pene previste per la produzione e lavorazione, macinatura del tabacco senza licenza raggiunsero i sette anni di relegazione per i nobili ed altrettanti di galea per gli “ignobili” e così pure per i complici del contrabbando, fossero anche gli stessi partitari e subaffittatori dell’arrendamento (che molto spesso vi erano implicati), e furono estese perfino ai baroni che permettessero o consentissero il contrabbando nelle loro giurisdizioni. Fu vietata infine, pure la produzione, senza licenza, degli strumenti di lavorazione tabacco, sotto pena che della confisca dei molini, centimoli, mortai e pestelli e furono attribuiti ai locali arrendatori i poteri di ispezione di qualsiasi nave e di sequestro del tabacco anche non sbarcato.

Nella vigenza di questo imponente sistema sanzionatorio accadde l’episodio che si coglie dalle dettagliate dichiarazioni rese da alcuni marinai e raccolte dal notaio uggianese Francescantonio Muscatello nell’atto compilato in Otranto il 22 settembre 1727. Si tratta del sequestro di un bastimento e dell’intero suo carico per sospetto contrabbando, nonché della carcerazione subita in Otranto dal padrone sorrentino della nave e nel palazzo di Màdrico[1] dall’equipaggio, sottoposto anche  a violenze nel corso dell’interrogatorio eseguito dagli agenti del fisco reale. Il bastimento, partito da Fiume e diretto a Messina, era attraccato nel porto di Otranto a causa del forte vento contrario di scirocco. L’atto fornisce anche interessanti indicazioni sulle mercanzie che si trasportavano per mare, sugli adempimenti commerciali e sul servizio  passeggeri e postale svolto dai bastimenti privati. Ecco la trascrizione:

Declaratio facta per infrascriptos[2]

Die vigesimo secundo mensis septembris 6ae Indictionis millesimo septingentesimo vigesimo septimo in Civitate Hydrunti[3]

Costituiti in testimonio pubblico avanti di noi[4] Martino Agiosa Maltese, Biagio Pusicza Raguseo[5] di Trapani, Marino de Giovanni Raguseo di Petrusa, Antonio Racchisia Raguseo e Zorio Gromacnia di Ragusa, quali presenti, non per forza, dolo ò inganno alcuno: ma di loro libera, e spontanea volontà hanno dichiarato, fatto fede, ed attestato, come che per mezzo de loro giuramenti, pro ut juramento coram nobis tactis scripturis[6], dichiarano, fanno fede  ed attestano, come essi presenti constituti ritrovandonosi di professione marinaresca con bastimenti, erano marinari sul Bastimento nominato Madonna del Rosario, e S. Nicolò, di Padron Antonio Cannavaro di Sorriento, colla provisione[7] solita darsi à marinari, e col medemo bastimento si portorno in Fiume coll’occasione di caricare mercanzie; dove hanno imbarcato alcuni colli; cioè acciaro, tavole, chiodi, ferro filato, morali[8],ed altre mercanzie, da dove coll’Agiuto di Dio Benedetto partirno alle quattro del passato mese d’Agosto per la volta di Spalatro[9], dove ancora fecero carico d’alcuni barili di sarde salate, e da Spalatro partirno per Ragusa, dove ancora hanno caricato barili sette tabbacco in polvere e sacchetti tre in fronda, ferro, barili sette ed utri[10] tré di miele, e tré persone s’imbarcorno ancora passagieri per Gallipoli, ò dovunque capitassero[11], cioè in Brindisi, Otranto, ò in Gallipoli. Onde si son partiti da Ragusa col Nome d’Iddio alle venti di detto passato mese di Agosto per il loro viaggio per Messina; dove havevano a disbarcare tutte le sudette robbe imbarcate come di sopra e secondo stavano notate nelle polise di carico, e Patente in stampa apparente per Messina, e Lettere Missive[12] a diversi particolari[13] di Messina, a consegnar le dette robbe secondo si era obligato il Padrone di detto Bastimento; onde seguitando il loro camino che felicemente havevano preso, incontrorno sopra d’Otranto vento contrario per il loro camino, che per non poter passare avanti, furno necessitati ritirarsi nel porto di Otranto, ove entrorno alli trenta di detto mese d’Agosto ad hore venti due in circa, e perché havevano da sbarcare li passeggeri presenti, scesero col battello à terra, e con quelli scese ancora il Padrone Antonio Cannavaro, così per la prattica alli detti passagieri per il loro viaggio per Gallipoli, secondo s’era compromesso detto padrone; come ancora per comprare alcuni rinfreschi, e coll’assistenza del guardiano del Porto detto Padrone comprò un poco di oglio, pesce, fogliame, legne, e fece ancora un poco d’aqua, quali robbe comprate dal detto guardiano, subito detto Padrone Antonio, e suoi marinari s’imbarcorno, perché non volevano prender prattica, volendo sequitare il loro viaggio per Messina, e perché il tempo ancora sequitava contrario, non li permise partire lo detto giorno, onde furono necessitati dimorare ancora la notte veniente; la mattina poi trent’uno di detto mese d’Agosto ad hore tredici giorno di domenica viddero nel molo di detto Porto d’Otranto il Sig. Governatore di detta Città assieme con due soldati, il quale fece chiamare il Padrone di detto bastimento, che scendesse a terra. Onde detto Padrone subito si portò a terra con quattro marinari, per sentire che cosa voleva detto Sig. Governatore, e subito che smontò à terra lo detto Padrone, lo stesso Sig. Governatore fece carcerare lo predetto Padron  Antonio Cannavaro, e così carcerato lo fece trasportare nel Regio Castello di detta Città, unitamente col Sig. Nicola Rodolabia uno di detti passagieri per Gallipoli, e nell’istesso tempo detto Sig. Governatore inviò due soldati dell’Arrendamento[14] del Tabbacco con quattro altre persone di questa Città d’Otranto sopra lo detto bastimento, quali soldati nell’istesso tempo scesero le vele, e timone di detto bastimento in magazeno, e assistorno continuamente notte, e giorno sopra detto bastimento per ordine di detto Sig. Governatore, come ancora il giorno primo di settembre in questa Città arrivorno molti soldati, alcuni delli quali si portorno a bordo assistendo per quardia con gli altri che vi erano in detto bastimento, e doppo passati pochi giorni venne ancora in questa Città il Sig. Fiscale di Lecce, col Sig. Pietro Madari, Sig. Francesco Freda, e Sig. Francesco Cardamone, Partitario e compagni del tabacco, e fece carcerare tré marinari di detto bastimento, come ancora fece disbarcare tutte le marcanzie di detto bastimento rimettendone in magazeno, restando ancora  sequestrate una col bastimento, e fece ancora carcerare il restante de marinari, e trasportare legati fortemente in Màdrico in un Palazzo distante di questa Città circa tre miglia, dove incominciò ad esaminare[15], e li predetti marinari stavano dentro una camera di detto Palazzo di Madrico, dove l’havevano portati , e nel tempo che si esaminò Elia di Ragusa uno de marinari presenti nell’uscire da dove si era esaminato, disse à Martino Agiosa Maltese e à Marino de Giovanne di Petrusa Raguseo, che sia stato legato fortemente, e schiaffeggiato dal Sig. Fiscale, mentre si stava esaminando, e questo li predetti Martino e Marino lo dicono per haverlo inteso di propria bocca di detto Elia di Ragusa, e lo predetto Martino Agiosa dice havere inteso di propria bocca di Giovanne Petagna Napolitano che li predetti Partitari del Tabbacco lo volevano fare Padrone di detto bastimento[16] per viaggiare a suo gusto, mentre lo detto Giovanni si esaminava, ed in tempo che li predetti costituti furno esaminati avanti del Sig. Fiscale e Partitari, dissero che loro havevano d’andar in Messina per scaricare le mercanzie in virtù della Patente, Polize di carico, e Lettere Missive a diversi particolari di Messina, quali lettere, Patente, Polise di carico, ed altre scritture furno prese da detto Sig. Fiscale dalle mani de deputati della salute[17], come ancora il manifesto, che havea fatto il sudetto Padrone Antonio Cannavaro all’officiali di dogana, e ancora deposero avanti lo detto Sig. Fiscale , che li barili sette, e sacchetti tré tabbacco in polvere, e in fronda, lo portavano in Messina ad un Gentilomo, come apparisce dalla polisa di carico, e finito d’esaminare lo detto Sig. Fiscale partì in Gallipoli e con sé ne trasportò due delli marinari presenti, e lo Padron Antonio Cannavaro et sic predicti declarantes cum juramento coram nobis declaraverunt, in cuius rei testimonium § unde § stantes § ubi §                   

Presentibus opportunis

Regius ad contractus Judex Franciscus Salvator Urso, publicus Notarius Franciscus Antonius Muscatello de Terra Uggiani Ecclesiae, testes Antonius Celi[18], Tomasius Urso, Ippatius Abbate, et Clericus Joseph Samora viri litterati de Hydrunto.”[19]

[1] Il palazzo baronale dei Gualtieri, sito in feudo di S.Giovanni Malcantone ai confini col feudo di Uggiano della Chiesa, dove esisteva una stanza destinata a carcere. All’epoca dell’episodio il barone era D. Domenico Gualtieri, coniugato con Anna Paladini di Lecce.

[2] Dichiarazione resa dai soggetti indicati nell’atto

[3] Il 22 settembre 1727, 6° Indizione, nella Città di Otranto

[4] Compaiono davanti al notaio alcuni marinai per fare delle dichiarazioni in ordine a quanto loro occorsa durante il loro scalo ad Otranto

[5] L’equipaggio del bastimento era formato da marinari della repubblica marinara di Ragusa, in Dalmazia, esistita dal X secolo all’anno 1808; la sua capitale era la città di Ragusa, l’odierna Dubrovnik.

[6] “così come con giuramento davanti a noi, toccate le Sacre Scritture”

[7] Compenso, mercede

[8] Pali di legno utilizzati per costruzioni.

[9] Spalato

[10] Otri

[11] L’approdo definitivo, a causa della incertezza delle condizioni di viaggio, veniva determinato occasionalmente.

[12] I bastimenti privati quindi, oltre a trasportare merci, trasportavano anche corrispondenza e passeggeri.

[13] Cittadini

[14] Doganieri

[15] Interrogare

[16] Senza farsi scrupolo i soci leccesi dell’arrendatore cercano di indurre il marinaio a denunciare il contrabbando, promettendogli le ricompense previste dalle prammatiche per i delatori

[17] Assessori del Comune di Otranto addetti al traffico del porto

[18] A quell’epoca i Celi o Ceuli erano i potenti luogotenenti del fondaco del sale di Otranto.

[19] “Alla opportuna presenza di Regio Giudice a Contratti Giudice Francesco Salvatore Urso, pubblico notaio Antonio Muscatello della terra di Uggiano della Chiesa, testimoni Antonio Celi, Tommaso Urso, Ippazio Abbate e chierico Giuseppe Samora, uomini di Otranto che sanno leggere e scrivere”

Lascia un commento

Archiviato in storie del porto

MEDICI CONDOTTI

La figura del medico condotto nel regno di Napoli è assai antica. Il medico condotto veniva selezionato annualmente, e restava in servizio dal 1 settembre al 31 agosto, per prestare assistenza sanitaria gratuita ai poveri, dietro compenso erogato dal comune. Agli altri cittadini più abbienti i medici rendevano il servizio dietro pagamento di un compenso tariffato. Se il servizio era continuativo, si parlava di medico ordinario della famiglia ed il compenso onnicomprensivo era concordato annualmente. Nei casi più difficili e dubbi poteva essere chiamato a consulto anche  un altro medico, detto straordinario, gratificato a parte.

A Uggiano nei primi decenni del ‘700 operavano il Dr. Fisico D. Nicola De Stefano, Medico Ordinario (rogito 3 ottobre 1732) ed il più anziano Dr. Fisico D. Francesc’Antonio Marzo (testamento del 16 agosto 1730).

Anche allora, come oggi, quella del medico condotto era una collocazione assai ambita.

Il primo atto notarile che trascrivo è rogato ad Uggiano il 3 ottobre 1763. E’ una fede pubblica a mezzo della quale, ottenuto l’assenso del Vicario Generale idruntino, il sacerdote D. Giuseppe Sanzò attesta di aver avuto colloquio, su richiesta di  D. Filippo Cominale (fratello minore di Celestino e dell’arciprete Pasquale), col medico condotto D. Vincenzo Calso e di aver ottenuto dal medesimo l’assenso ad una proposta di accordo transattivo formulata dal Comune di Uggiano che prevedeva, a fronte alla rinuncia alla causa avviata dal medico per ottenere il pagamento delle provvigioni per la condotta del 1761, l’affidamento della nuova condotta fino a tutto agosto 1764 per un compenso di complessivi 50 ducati, da dividere tra il Calso stesso e l’altro medico condotto dell’anno 1761, il dott. Saverio Monteforte, che pure aveva avviato analogo giudizio per il pagamento dei corrispettivo maturato. A quell’epoca era in corso da un anno la costruzione del nuovo tempio, sicché mi pare opportuno evidenziare che il Calso rinuncia ai compensi iscritti nel bilancio comunale (lo “stato discusso“) per beneficiare la Fabbrica della Chiesa. E’ conferma ulteriore che alle spese di erezione abbia contribuito in vari modi la popolazione uggianese.

“Actus Fidei per Rev.dum  D. Josephum Sanzò T.(er)rae Ugg.(ia)ni Eccl(esi)ae

Die tertio m.(ensi)s Octobris duodecimae Indictionis millesimi, septingentesimi sexagesimi tertii in Terra Uggiani Eccl(esi)ae; Nos Vitus de Aurelio dictae Terrae Uggiani Reg.(iu)s ad Contractus Judex, Nicolaus Foscarini de eadem p.(ubli)cus § et testes V.(ide)L.(icet) Marcus Mauromati § Celestinus Demarco, et Diaconus Cajetanus Chirilli affatae T.(er)rae Uggiani Viri quidem.

Cost.(ituit)o in testim.(oni)o p.(ubli)co nella pr(esen)za nostra il Rev.do Sacerdote D. Giuseppe Sanzò di questa Terra di Uggiano della Chiesa, il quale p(rese)nte spont.(aneament)e, e non per forza, dolo, ò inganno alcuno, ma di sua libera, e spontanea volontà, e per ogni mig.(lio)r via et anco in vigore di Fiat Fides Veritatis, spedito dal Rev(eren)d.(issi)mo general Vicario, che inferius s’inserirà § ave attestato, dichiarato, e fatto fede, conf.(ormement)e con giura.(men)to av.(an)te di Noi dichiara, attesta e fa fede, qualm.(ent)e nel prossimo caduto mese di settembre fu priegato dal m.(agnifi)co Filippo Cominale di questa sod.(ett)a Terra che avesse esso Cost.(itut)o Sanzò portato imbasciata al D.re fisico Vincenzo Calso, che se Egli il Calso si contentava di rinunciare alla causa che tiene sotto nome di particolarj Cittadini coll’Università di questa sod.(ett)a Terra di Ugg.(ia)no per la pretesa provisione de’ Medici, l’avrebbe eletto per medicare questo Publico per lo prezzo di docati Ventitré, unitamente col D.r fisico Saverio Monteforte per docati Ventisette: qual imbasciata da esso D. Giuseppe portata a d.(ett)o D.r fisico Calso, lo medesimo non solam(en)te accettò di medicare per detti docati Ventitré unitam(en)te al Monteforte per altri docati ventisette, mà si offerse prontiss.(im)o à rinunciare a d.(ett)a lite ad ogni richiesta di d.(ett)a Università, anzi soggionse lo detto Calso al prefato D. Giuseppe, che le due annate altre le rilasciava in beneficio della Fabrica della Chiesa, ma che l’Università fusse tenuta fargli il Regimento (la delibera) dell’elezione p.(er) quest’anno terminando a t(ut)t.o agosto 1764: nella conformità sudetta, e che ne li consegnasse copia per la sua cautela; E questo è q.(ua)nto §

Enunciatae fidei, ut sup.(r)a  inserite promissae, tenor talis est.

— Inseratur —

Ill.mo, e Rev.mo Sig.re

Filippo Cominale della Terra di Uggiano della Chiesa supplicando espone riverentemente a Vostra Signoria Reverendissima, come trovandosi esso supplicante uno dell’annali Governanti dell’Università di detta Terra, ed essendosi mesi addietro appuntato in publico Parlamento, che avesse esso supplicante portato imbasciata alli D.ri fisici di detta Terra Saverio Monteforte, e Vincenzo Calso, che se vorrebbero adempire ad alcune condizioni pretese dall’Università, che era à dire, rinunciando alla causa, che tengono per la pretesa provisione (provvigione) de medici à tenore del Stato Discusso  della medesima per l’anno 1761 contro di detta Università, tanto per parte di detti medici, quanto per parte de Particolari cittadini, se li devìa la condotta per questo corrente anno di  docati cinquanta, cioè docati Ventisette al prefato Monteforte, e docati Ventitré all’enunciato Calso; pensò esso supplicante avvalersi della persona del Sacerdote D. Giuseppe Sanzò di detta Terra, quale richiese à portar tal imbasciata al detto Calso, come di lui Amico, e li consegnò il foglio delle cautele da detta Università certate per firmarsi da esso sudetto Calso; Ed infatti avendone trattato il sodetto Sanzò con detto Calso, venne poi a riportare l’imbasciata sodetta colla risposta, che il detto Calso  era pronto a servire per li docati Ventitré, e pienamente a sottoscrivere il Contentamento, che per maggior chiarezza in pronto produce, ed à rinunziare à tutto quanto si pretenderebbe dall’Università, perché necessita ad esso Supplicante fede delle presente per publico atto da rogarsi per mano di qualsivoglia Regio Notare ed il detto Sanzò ricusa di farla senza espressa licenza di V.S. Rev.ma, pertanto la supplica degnarsi ordinare al prefato Sacerdote Sanzò che facesse veridica fede mediante publico Istromento, e oltre il giusto le spera a somma grazia, ut Deus.

FIAT PER SACERDOTEM D. JOSEPHUM SANZO’ PETITA FIDES VERITATIS.

HYDRUNTINA CAMERA ARCHIEPISCOPALI DIE 26 M.S SEPTEMBRIS 1763

ABBAS PETROSINI VICARIUS GENERALIS –

D. MORRIERO CAMERARIUS —

Et sic pro facti veritate ipse R.dus D. Joseph declaravit, ac attestatus fuit, prout cum juram.(ent)o coram Nobis de causa scientiae declarat et fidem facit, singulae singulis se se congrue referendo, in cuius rei testimonium § Unde §

 

Come si evince dalla seguente dichiarazione di scienza del 9 novembre 1767, il povero Rev.do D. Giuseppe Sanzò fu colto da malore durante la celebrazione della messa. Quindi, a cinque anni dall’avvio lavori di erezione del nuovo tempio, iniziati nell’estate del 1762, già si poteva celebrare la funzione.

“Declaratio facta per infra(scri)ptos D.res Phisicos T(er)rae Ugg.(ia)ni Eccl.(esi)ae

Die nono m.(ensi)s Novembris p(ri)mae Indictionis Millesimi, Septingentesimi, Sexagesimi Septimi in Terra Uggiani Eccl.(esi)ae; Nos Vitus de Aurelio d.(ict)ae T(er)rae Uggiani, Reg.(iu)s ad Contractus Judex, Nicolaus Foscarini de eadem p(ubli)cus et testes V.L. Donatus Rotundo, Nicolaus Pezzulla, Paschalis Miggiani affatae T(er)rae Uggiani; Viri quidem §

Cost.(ituit)i in testim.(oni)o p.(ubli)co nella p(rese)nza nostra li Mag.(nifi)ci D.ri Fisici Saverio Monteforte di questa Terra di Uggiano della Chiesa, ed Aquilante Carrozzi della Città di Otranto, li quali p(rese)nti spontaneam.(en)te, e non per forza, dolo o inganno alcuno, ma di loro libera e spontanea volontà, anco in vig.(o)re di fiat fides veritatis e per ogni mig.(lio)r via § anno attestato, dichiarato e fatto fede, siccome con giuram.(en)to av.(an)te di Noi attestano, dichiarano e fanno fede; Qualm.(en)te trovandosi esso mag.co D.r fisico Saverio Monteforte Medico Ordin.(a)rio della Casa del Sacerdote D. Pascale Sanzò, col prefato mag.co D.r fisico Aquilante Carrozzi Straordin.(a)rio nella casa del med.(esim)o, sanno benissimo, come il detto Sacerdote D. Pascale sin dagli anni 15 in 16 di sua età, fu soggetto ad un frequentissimo incubo, il quale non solo di notte di quando in quando lo sorprendeva, ma anche di giorno l’opprimeva, che non poteva pronunciar parola, e à detti incommodi s’aggiungeva che di notte sommerso nel sonno per li impeti del sangue si alzava, usciva e camminava, esponendosi a mille pericoli senza accorgersene; Avanzato in età detti incommodi si dichiararono con una apoplessia, della quale, quantunque con mille stenti si fusse liberato, pure ha lasciato dietro di sé una ricurrente epilepsia, che quando più, e quando meno frequentem.(en)te li assale; Per resistere a detti mali, oltre delli frequenti salassi, se li sono aperti dei forticoli, ma non per ciò li epilettici parosisimi sono mancati, anzi questa matina nove del corr.(en)te Novembre in Chiesa nell’atto delli divini uffizii è stato sorpreso violentissimamente dal d.(ett)o male con storcim.(en)to di bocca, stirature universali, ed alienazione di mente, e detto parosisimo ha tirato niente meno per lo spazio di tre ore, con tutto che se li fussero fatti due salassi, e di p(resen)te quantunque abbi recuperata in parte la mente, si vede tutto oppresso, ed inabilitato non solo à viaggiare, mà ne anco à sortir di letto; E questo è quanto.

L’enunciato Decreto di fiat fides veritatis è come segue V.L.

– Inseratur –

Al Mag.co Nicola Patera Gov.(ernator)e in Uggiano

Li Rev.di Sacerd.ti D. Gius.e e D. Pasquale Sanzò della terra di Uggiano supplicando espongono a V.S. come li bisogna fede di verità dalli Mag.ci D.ri Fisici D. Saverio Monteforte, e D. Vincenzo Calso Ord.(ina)ri di d.(ett)a terra, e perché li med.(esi)mi ricusano fare la d.(ett)a fede perciò supplicano V.S. ordinare a d.(ett)i Medici, che facciano la d.(ett)a fede, e l’avranno a gr(ati)a ut Deus.

FIAT PETITA FIDES VERITATIS SUB PENA FALSI PER SUPRA(SCRI)PTOS M.(EDI)COS FISICOS D. SAVERIUM MONTEFORTE E D. VINCENTIUM CALSO SUB POENA DUCATORUM CENTUM FISCO REG.(I)O

DATUM EX BARONALI CURIA UGGIANI HAC DIE QUINTA M(ENSI)S 9BRIS 1767

NICOLAUS DE PATERA GUB.(ERNATO)R

Et sic pro facti veritate ipsi attestantes del causa scientiae attestati sunt, declaraverunt, et fidem fecerunt, prout cum Juram(en)to coram Nobis declarant, attestant.(u)r, et fidem faciunt, singula singulis eos congrue referendo, in cuius rei testimonium § Unde §”

 

Una trentina di anni dopo il numero dei medici condotti in paese è raddoppiato, e quindi anche la spesa pubblica, come chiarisce l’atto rogato il 18 ottobre 1799. E’ interessante notare  che la scelta fra i vari medici del luogo avveniva di solito per sorteggio (“bussola”) tra i più acclamati. La popolazione infatti protesta violentemente contro le nomine effettuate senza estrazione a sorte ed impone con la forza il medico che più incontra il suo gradimento per disponibilità e reperibilità, prima ancora che per competenza.

“Actestatio facta per infra(scri)ttos Terrae Uggiani Eccl(esi)ae ut infra

Die decima octava Mensis octobris, tertiae Indictionis, millesimi septing.(entesi)mi nonagesimi noni in T(er)ra Uggiani Eccl(esi)ae § Nos Vincentius de Tomasi Reg(iu)s ad con(tra)ttus Judex, et Reg(iu)s Not(ar)e Benedictus Maschi affatae Terrae Uggiani, et testes sunt Salvator Nicolazzo, Basilius Longo, erìt Donatus Coluccia de eadem T(er)ra  Uggiani Eccl(esi)ae viri quidem probbi §

Costituiti in testim:(oni)o pub:(lic)o nella p(rese)nza nostra Vincenzo e Marino Scarciglia fratelli, Domenico Carluccio, Pascale Maggio, Giuseppe Cursano, Carlo Caroppo, Benedetto Zezza, Domenico Antonio Coluccia, Isidoro d’Alerio, Michele Carecci, Luiggi Santo, Oronzio Carecci, Giovacchino Stefàno, Domenico Carecci, Eugenio Marsella, Giuseppe Villani, Vincenzo Nicolazzo, Giuseppe Montinaro, Vito Santo Arghirò, e Pascale Coluccia di questa T(er)ra di Uggiano, li medesimi non per forza, o dolo, ma per la verità del fatto, cautela di chi spetta, ed in ogn’altra miglior via, che dalla legge le venga permesso, con giuram.(ent)o dichiarano, ed attestano, qualm.(ent)e sotto il dì nove del passato mese di settembre il D.r Chirusico D. Francesco Sansò di quest’istessa T(er)ra di Uggiano, che con ord.(inazio)ni  della S.(acr)a R.(egi)a Ud.(ienz)a di Lecce esercitava da Sindaco, convocò pub.(li)co Parlam.(ent)o, nel quale si propose, e tumultuariamente si concluse, che per la medeca di q(ue)sta Popolaz(io)ne si condottassero le Persone di D. Martino Cerrito, di D. Tobbia Foscarini, e di D. Francesco Antonio Nachira; questa conclusione fu fatta senza bussola, e con vari disturbi tra coloro, che intervennero a vuotare; perché non si avrebbe voluto escludere il D.r Fisico D. Michele Iacovizzi, che sono circa a trent’anni, che medica questo Pub.(li)co, con approvazione e sodisfazione d’ognuno.

Li sud.(ett)i costituti parim.(ent)e attestano, che in te(m)po che seguì tale tumultuario Parlamento era entrata la nuova annata della Condotta de Medici, nella quale avea entrato ad esercitare come al solito il d.(ett)o D.r Fis.(i)co D. Michele Iacovizzi; e che seguito il Parlam.(en)to non vi è stato alcuno che sia andato a disdettarlo: onde il med.(ic)o ha seguitato a medicare, come sta medicando, e la Popolaz.(io)ne lo chiama secondo il bisogno; ed è quasi il solo che medica tutta Uggiano e questa è la verità.

Et sic pro facti veritate suprad.(ict)i costituti sponte cum juramento declaraverunt, ac testati sunt, et requisiverunt Nos, jut de praedictis omnibus publicum conficere deberemus Actum § Nos enim § Unde §”.

 

Nei casi più complessi non mancavano i consulti e le visite collegiali: l’atto rogato il 28 maggio 1788 ad Otranto sembra quasi un esonero di responsabilità per il caso il paziente non avesse seguito le prescrizioni mediche. Medicina difensiva ante litteram.

“Actestatio facta per Doctores Physicos D. Bonaventura Sarcinella, et Hyppatium Panareo de Civitate Hydrunti.

Die vigesimo octavo mensis Maii sextae Indictioni millesimo septingentesimo, octuagesimo ottavo in Civitate Hydrunti, Nos Joannes Batt(ist)a Raho Reg.(iu)s ad contractus Judex, et Notarius Donatus Felline; testes sunt U.(triusque) J.(uris) D.(octor) D. Gregorius Pelusio, Nicolaus Raho, et Januarius de Curtis omnes de dicta Civitate, viri quidem §

Costituiti in publico testimonio avanti di noi li Dottori Fisici D. Bonaventura Sarcinella ed Ippazio Panareo ambi di questa Città di Otranto, li quali dichiarano, confessano ed attestano, con giuramento sponte tactis scripturis § cioè esso Dottor Fisico Sarcinella, come medico ordinario al Mag.co Donato dell’Orca di essa Città di Otranto, ed esso D.r Fisico Panareo, come quello che più volte ha colleggiato con esso Sarcinella sulle indisposizioni, malori ed incommodi di esso Mag.co dell’Orca, ch’esso espressato Mag.co Donato è aggravato da malori, per i quali viene a girarli la testa, anzi spesso spesso se gli attaccano delle vertigini caduche, le quali sono pericolose, e che li possono causare una morte violenta. Molto più perché egli patisce di ernia, ed è rotto nell’ultimo grado. Per le quali indisposizioni, e specialmente per dette vertigini caduche che patisce esso Mag.co Donato dell’Orca attrovasi sotto una stretta cura coll’uso di vari medicamenti, che da esso D.re Sarcinella se li sono precettati, e se li precettano giornalmente, con consulto parimenti di esso costituto D.re Fisico Panareo. Essi costituti D.ri Fisici per l’espressati malori, che patisce e da quali viene incommodato, ed attaccato, detto Mag.co Donato dell’Orca, sotto l’espressato giuramento dato da Noi et attestano, che il viaggiare o a cavallo, o in Galesse è pericoloso per esso dell’Orca, e gli potrebbe apportare la morte; giusta del che, da essi Dottori Fisici si è proibito ad esso dell’Orca di fare picciolissimi transiti, e di poche miglia, così in Galesse, Carrozza, ed a cavallo.

Et sic pro facti veritate ipsi constituti testificaverunt, declaraverunt coram Nobis com juramento, pro uti singula singulis se se congrue referendo et in cuius rei testimonium § Unde §”.

 

E gli avvocati? Sempre stressati: ecco un atto del 13 marzo 1777 con cui i medici curanti impongono una vita più tranquilla e serena al professionista.

“Declaratio per infra(scri)ptos Doctores Phisicos de Hydrunto.

Die decimo tertio m. Martii, X.ae Indictionis, millesimo septingesimo septuagesimo septimo in Civitate Hydrunti; Nos Joannes de Luca, Regius ad contractus Hydrunti degens, Nicolaus Foscarini terrae Uggiani Ecclesiae publicus, et testes V.L. Sacerdos D. Joseph Perez, Mag.us D. Fidelis Lopez, et Mag.cus Notare D. Nicolaus Penna, omnes de Hydrunto.

In publico testimonio avanti di noi costituiti li Sig.ri D.r Fisico D. Eliseo Gervasi, e D.r Fisico D. Rafaele Pirro di questa Città di Otranto, li quali presenti spontaneamente e non per forza, dolo o inganno alcuno, ma di loro libera e spontanea volontà, e per ogni miglior via, hanno attestato e dichiarato, e fatto fede come ritrovandosi essi signori dichiaranti medici Ordinari della Casa dell’Avvocato Sig. D. Gregorio Pelusio di questa sodetta Città, sanno molto bene che il medesimo continuamente viene incommodato, e soffrisce palpiti di cuore, ossiano tremori con spesse mancanze, non che convulsioni e giramenti di testa, e notturne soffocazioni; malori tutti che l’impediscono il moto, e li vietano qualsisia impedimento; onde necessita al Paziente una continua assistenza, anzi che una più quieta vita, e non trapazzata.

Et sic pro facti veritate declarantes ipsi…”

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

ONORI IDRUNTINI

 

uniforme costantiniana

Uniforme costantiniana attuale (immagine tratta dal sito ufficiale dell’Ordine Costantiniano)

 

Restaurato l’ordine dopo l’effimera esperienza della repubblica napoletana del 1799, i Borboni iniziarono una massiccia opera di gratificazione e fidelizzazione di quanti si erano schierati a difesa della monarchia, largheggiando nella distribuzione di riconoscimenti ed onorificenze cavalleresche. Otranto meritò particolare riconoscenza da parte della Corona, avendo la popolazione soffocato sul nascere il più piccolo conato rivoluzionario e libertario, mantenendosi “fedelissima” al Re. Da Otranto era transitato il Corbara, uno dei corsi che, spacciandosi per il Principe ereditario Francesco di Borbone, avevano, con gran successo, organizzato e guidato la reazione realista in Terra d’Otranto. Dopo la celebrazione del Te Deum nella cattedrale questi si era messo in navigazione per Corfù, dove era di stanza la flotta russo-turca, nemica giurata di Napoleone, per ottenerne appoggio navale contro i francesi (per maggiori dettagli della rocambolesca vicenda, v. UGGIANO 1799, in questo blog). In questa impresa era stato favorito dal Console russo per le Puglie, domiciliato ad Otranto, D. Andrea Nicazza. Così contingenti russo-turchi erano sbarcati in Città per occupare e difendere il porto, al fine di prevenire sbarchi di truppe francesi. Per uno scherzo della storia, il comandante delle truppe turche approdate ad Otranto si chiamava Achmet. E forse non poteva chiamarsi altrimenti.

In onore del Nicazza, l’8  febbraio 1801, a richiesta di Re Ferdinando IV di Borbone, nella sua qualità di Gran Maestro dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, si svolse nella Cattedrale di Otranto la cerimonia immortalata nell’atto notarile redatto dal notaio idruntino Francesco Corchia, di seguito trascritto:

“Die octava mensis februari anno IV Indictionis millesimo octingentesimo primo Hydrunti. A richiesta fatta a Regio Giudice a contratti, notare e testimone in numero opportuno, in nome e parte dell’Ill.re Sig.re D. Domenico Salzedo, barone di Stigliano e Anfiano, patrizio di Otranto, Regio Agente per Sua Maestà dei Consolati di Levante e Tenente Colonnello dei Reali Eserciti, Commissario Reale di Guerra, incaricato per la completazione e formazione del I e II Battaglione dei Volontari Cacciatori Albanesi, Cavaliere dell’Inclito Real Ordine Costantiniano e Commissario Cavaliere Deputato della Reale Inclita Magistral Deputazione Costantiniana con carta del dì 23 del prossimo decorso mese di gennaio anno 1801 che si conserva da esso Ill.re Sig.re Cavaliere Deputato Salzedo, oggi che sono le 8 del mese di febbraro detto anno 1801 ci siamo personalmente conferiti nella Metropolitana e Primazial Chiesa di questa Città di Otranto ed ivi giunti e propriamente nell’altare maggiore di detta metropolitana Chiesa, intervenuti siamo alla messa privata celebrata a norma del rituale Costantiniano dall’Ill.mo e Rev.mo Mons. D. Vincenzo Maria Morelli Arcivescovo di detta Metropolitana, facendo egli le veci di Deputato Gran Priore Costantiniano, nella quale presedendo in sedia distinta esso Sig. Cavaliere Commissario D. Domenico Salzedo e dall’altra parte opposta il Cavaliere Costantiniano Sig. Marchese di Canosa Cavalier D. Filippo Affaitati ed il Sig. Cavaliere Gerosolimitano D. Scipione Affaitati, Patrini destinati alla funzione, genuflesso il Consigliere Titolare e Console Generale per Otranto e Puglie di Sua Maestà l’Imperatore delle Russie Cavaliere D. Andrea Nicazza avanti l’altare con torcia in mano e terminata la messa e sedutosi il detto Ill.mo e Rev.mo Mons. Arcivescovo D. Vincenzo Maria Morelli ed a fianco di esso l’Ill.re Sig.re Cavaliere Salzedo Commissario, fu a noi dal medesimo prescritto che legger dovessimo ad alta intelleggibile voce la stessa con la quale si ordina di far fare la professione di Cavaliere al detto D. Andrea de Nicazza a nome del rituale con far uso della Croce ricamata di detto Sacro Inclito Real Ordine Costantiniano, e terminatasi da noi la lettura di dette commissionali si devenne alla funzione e vestizione del medesimo a norma del rituale accennato,  lo che si esegui tanto dal detto Sig.re Commissario che da Patrini succennati a norma del rituale previsto per la funzione sudetta, si procede’ nella persona del precalendato Consigliere Titolare Cavaliere D. Andrea de Nicazza con esserseli appesa e benedetta la Croce ricamata uniformemente alle commissionali.  E così terminata da esso Ill.re Sig.re Cavaliere D.Domenico Salzedo commissionato a tale funzione ci richiese del tutto ne avessimo rocato atto pubblico e così abbiamo eseguito Nos enim Unde presentibus Ioanne Battista Raho regio ad contractus iudice, D. Caietano Bello, D. Caietano Perez, D. Artemio de Actis Civitatis Hydrunti omnibus ad praemissa.

Domenico Salzedo, Cavaliere Costantiniano e Deputato per la cerimonia di investitura del Nicazza, era diventato barone a metà del XVIII secolo, acquistando dal suo concittadino barone Gualtieri i due feudi rustici di Stigliano ed Anfiano, esenti da decime baronali e situati nella zona dei laghi Alimini.

Fu Sindaco di Otranto per varie annate ed in tale sua qualità ricevette dal Sovrano il decreto del 13 gennaio 1772, che comunicava alla cittadinanza la canonizzazione dei Beati Martiri (Francesco Antonio Primaldo Ciatara, Relazione di fatti che interessano la fedelissima Città di Otranto, Napoli 1772, pag. 36). Realizzò a sue spese la cappella di San Giuseppe fuori dal centro abitato, di cui era beneficiato il Rev. D. Antonio Melorio.WP_20141011_165 (2)

Ma chi fosse realmente D. Domenico Salzedo si comprende leggendo l’inventario della sua eredità redatto dopo la sua morte, il 17.11.1815, dal medesimo notaio Francesco Corchia a richiesta dei figli, il Canonico Decano D. Antonio Salzedo, abitante ad Otranto nel palazzo di famiglia in via la Chiesa, D. Francesco Salzedo, abitante a Lecce nel palazzo di via Teatini 146, e D.na Anna Salzedo, vedova del barone D. Cesare Olivieri, abitante in Cotrone (Crotone).

Vi si trovano inventariati e stimati, tra gli altri beni:

“… una giamberga (lunga giacca maschile a falde per cerimonie di gala) di castoro bleu, con fodera di seta rossa, senza bottoni, collaro, e paramaniche, che mostra essere stata uniforme di Tenente Colonnello, di cui era rivestito il defunto… tarlato in più luoghi e poco servibile…

…altra giamberga di castoro ordinario con diverse agiunte, e foderato di seta cremisi, senza bottoni, collaro e paramaniche…

… un uniforme intero di Cavaliere del Militare Ordine Costantiniano, di cui il defunto era insignito, consistente nella giamberga color bleu foderata di sajone in seta bianca, con paramaniche e collaro di castoro bianco, tutta ricamata in oro, coll’Insegna dell’Ordine in petto. Nel calzone di castoro bianco foderata di tela ricamata alla ligure e nel giamberghino parimenti di castoro bianco foderato di fustagno similmente ricamato…

una Sciarpa, o sia Cingolo Militare di seta rossa, e bianca…

..cinque Cappelli… altro per abito di Spada, ed uno Spadino…

… le carte ritrovate tanto nello stipetto, quanto nei foderi della scrivania da me ridotte in fascicoli, numerizate e controsegnate, ho ritrovato che sono V.L.:

Nel fascicolo segnato al numero primo, 1, lettere numero tredici, 13 di corrispondenza dell’anno mille settecento ottanta sette, 1787 del fu Signor Generale Acton, e del fu Signor Marchese Caracciolo Ministri di Stato, per oggetti riguardanti il Real Servizio, pel Canale dell’Impiego di Agente de’ Consolati del Levante, che si esercitava dal defunto.

Nel fascicolo numero due, 2, lettere simili numero quaranta quattro, 44 dell’anno mille settecento ottant’otto, 1788.

Nel fascicolo numero tre, 3, lettere simili numerate trent’uno, dell’anno mille settecento ottanta nove, 1789.

Nel fascicolo numero quattro, 4, lettere simili numero vent’uno, 21, del solo Generale Acton, dell’anno mille settecento novanta 1790.

Nel fascicolo numero quinto, 5, lettere simili numero diecinove, 19 dell’anno mille settecento novant’uno, 1791.

Nel fascicolo numero sesto, 6, lettere simili numero ventitré, 23, dell’anno mille settecento novanta due,  1792.

Nel fascicolo numero settimo, 7, lettere simili numero venti quattro, 24, dell’anno mille settecento novanta tre, 1793.

Nel fascicolo numero ottavo, 8, lettere simili numero venti quattro, 24, dell’anno mille settecento novanta quattro, 1794.

Nel fascicolo numero nono, 9, lettere simili numero venti cinque, 25, del Signor Principe Castel Cicala Direttore della Real Segreteria di Stato, ed a Affari Esterni (Fabrizio Ruffo, *5.4.1763 +16.4.1832, Principe di Castelcicala e per eredità materna duca di Calvello, fu ministro segretario di Stato e ambasciatore per la Corte di Napoli in Francia e in Inghilterra) dell’anno mille settecento novanta cinque, 1795.

Nel fascicolo numero diece, 10, lettere simili numero trenta tre, 33, dell’anno mille settecento novanta sei, 1796.

Nel fascicolo numero undecimo, 11, lettere simili numero venti, 20, dell’anno mille settecento novanta sette, 1797.

Nel fascicolo numero duo decimo, 12, lettere simili numero trent’otto, 38, del Signor Marchese del Gallo (Marzio Mastrilli -*1753 +1833- Cavaliere del Real Ordine di San Gennaro dal 1790, fu ambasciatore di re Ferdinando IV di Borbone  e poi ministro degli Esteri di re Gioacchino Murat) dell’anno mille settecento novant’otto, 1798.

Nel fascicolo numero decimo terzo, 13, Reali Dispacci sulle Liberanze delle spese per porto di lettere e copie in borroni (?) giustificativi dal mille settecento ottanta sette, 1787, al mille settecento novanta sette, 1797, e rasate dal defunto nel disimpegno della detta Carica di Agente de’ Consolati del Levante, di carte ascritte e numerate numero trent’otto, 38.

Fascicolo numero decimo quarto, 14, Reali Dispacci, e lettere diverse di corrispondenza colli Reggi Impiegati sull’Incarico della Reclutazione delli Volontari Albanesi, e sulla Contabilità delle somme ricevute dal Governo, e versate a’ medesimi dal mille settecento novanta tre, 1793, al mille ottocento quattro, 1804, di carte scritte, e numerate numero venti sei, 26.

Nel fascicolo numero decimo quinto, 15, il Titolo Reale di Agente dei Consolati del Levante dei venti due, 22 agosto mille settecento ottanta tre, 1783 in persona del defunto, col Dispaccio di avviso corrispondente, e quello dell’assegnamento di ducati quindici, 15 al mese del venti due, 22 dicembre mille settecento ottanta cinque, 1785.

nel fascicolo numero decimo sesto, 16, il Reggio Magistral Diploma dell’Ordine Costantiniano dei dieci, 10, luglio mille settecento ottanta nove, 1789, in persona del defunto, col Dispaccio di avviso corrispondente dei venti sette, 27 giugno detto anno del fu Signor Marchese Caracciolo.

Nel fascicolo numero decimo settimo, 17, il Real Dispaccio di Coadiutore, in persona del defunto Signor Don Giuseppe Salzedo, figlio del defunto, alla Carica di Agente de’ Consolati del Levante de’ sei 6 giugno mille settecento novanta cinque, 1795.

Nel fascicolo numero decimo ottavo, 18, il Real Diploma del Grado di Tenente Colonnello, Commissario di Guerra de’ Reali Eserciti de’ cinque, 5 ottobre mille settecento novanta sei, 1796, col Dispaccio di avviso corrispondente in persona del detto defunto.”

Questa preziosa documentazione fu consegnata agli eredi, e purtroppo è perduta. Chissà cosa ci avrebbe potuto raccontare.

Presso la Biblioteca comunale “Marco Gatti” di Manduria è conservato un atlante manoscritto della Terra d’Otranto con le sue diocesi composto dal Canonico D. Giuseppe Pacelli nel 1803 e dedicato a D. Domenico Salzedo.salzedo

Nonostante tutti i prestigiosi incarichi, i congrui emolumenti e le onorificenze godute, la situazione economica del defunto non era proprio florida, tanto che gli eredi prudentemente  avevano preferito procedere all’inventario riservando all’esito ogni azione sull’eredità. Il Salzedo doveva essere in grande difficoltà se, a garanzia dei debiti contratti, era giunto a costituire in pegno perfino :

  • “una spada d’argento…, un paio di fibie per scarpe ed un altro per calzone  di figura ovata indorate a fuoco, una scatola di oro lavorata con ritratto” allo stesso notaio redattore a garanzia di un mutuo di 170 ducati,
  • “una scatola di oro smaltata” al Sig. Giovanni Custodiati di Corfù per un mutuo di 40 ducati,
  • la Rocca della Croce dell’Ordine Costantiniano, smaltata e tempestata di diamanti a più pezzi al commerciante Sebastiano Signorile di Bari, domiciliato ad Otranto, per un mutuo di 36 ducati,
  • il Cappelletto superiore della Rocca della predetta Croce diamantata a Michele Alessandro, per un debito di ducati 7,
  • la detta Croce smaltata con piccoli diamanti alla Sig.ra Gaetana Corchia per un debito di 5 ducati.

Anche il figlio D. Francesco Salzedo, Cavaliere Gerosolimitano, ebbe incarichi importanti. Si occupò molto di commercio marittimo, importazione di vini ed esportazione di olio salentino, acquistando dai grandi proprietari terrieri i futuri raccolti. Dal 1795 prese in affitto la Regia Percettoria di Terra d’Otranto, al prezzo di 2.500 ducati annui. Fu nominato erede testamentario sia di D. Giuseppe Melorio (atto per notar Torsello del 7.3.1793), sia del fratello, canonico D. Antonio Melorio, da cui ereditò il palazzo in via Chiesa oggi sede municipale. Quelle eredità determinarono però la sua sfortuna, perché il primo testamento contemplava a suo carico un oneroso legato di messe perpetue da corrispondersi al Capitolo di Otranto, ed il secondo quello ancor più oneroso di mantenere ogni anno a proprie spese tre alunni del seminario di Otranto, ciò che col trascorrere del tempo comportò il consolidarsi di pesanti debitorie col Capitolo e con l’Arcivescovo di Otranto, debitorie parzialmente soddisfatte dopo alcuni lustri con ampie cessioni di immobili. Infatti, l’andamento non felice degli affari e la carenza di liquidità comportò, tra gli anni 20′ e ’30 dell’800, il ricorso a cessioni e prestiti, soprattutto di fonte ecclesiastica, con l’effetto della totale dispersione del patrimonio familiare.

Il figlio di D. Francesco, D. Giuseppe Salzedo, fu carbonaro e patriota.

 

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

LA VECCHIA SPEZIERIA

401

La farmacia Camboa sta per cambiare sede. Tra qualche mese lascerà via Garibaldi e traslocherà in via Minervino, nei pressi dell’edificio scolastico. Di certo molti ricorderanno la vecchia sede della farmacia, in un locale a pianterreno del palazzo prospiciente piazza Umberto I, sul lato occidentale. Ma pochi di certo potevano immaginare che la farmacia in piazza esistesse almeno dal ‘700, quando ad occuparsene era il “farmacopola” Mag.co D. Donato Antonio Iacovizzi, originario di Calimera, trasferitosi ad Uggiano con la moglie Donna Rosa Rossi ed abitante nel cortile detto “lo Panessi”, nelle adiacenze di S.Lucia.

D. Donato Antonio, grazie alla redditizia professione, aveva acquisito vaste proprietà immobiliari.[1]

Dal matrimonio con Rosa Rossi erano nati tre figli: il primo, D. Vincenzo, divenuto novizio nel 1764 e poi asceso al sacerdozio e partecipante del locale capitolo, il secondo, D. Brizio, anch’egli speziale di medicina, coniugato con Donna Paolina Favale di Taviano, e l’ultimo, Dott. Fisico e Chirurgo Michele Iacovizzi, coniugato nel luglio del 1763 con Donna Santa Favale, sorella di Paolina.

D. Brizio, che dopo la morte del padre, sopraggiunta negli anni ’60, aveva proseguito il mestiere, nel 1791 cedette la spezieria al fratelli Ippazio e Tommaso Abbati di Tiggiano coll’atto di seguito trascritto, da cui si trae una descrizione sufficientemente puntuale della struttura e degli arredi, si ha notizia dei testi che venivano utilizzati per la preparazione dei medicamenti, e si apprende come il sapere venisse trasmesso:

“Emptio, et Conventio facta inter Ippatium, et Tomam fratres de Abbati, et D. Britium Iacovizzi, ut infra

Die vigesimo quinto mensis Juni, nonae Indictionis, millesimi, septingentesimi, nonagesimi, primi, in Terra Uggiani Ecclesiae § Nos Carmelus Sansò Regius ad contractus judex Terrae Minervini, et Benedictus Maschi publicus Notarius Terrae Uggiani, et testes, fuere Magnificus D.Joseph Rizzelli, et Aloysius Sunna affatae  Terrae Uggiani, et Doctor Fisicus Joseph Aprile Terrae Minervini, viri quidem §

Costituiti in testimonio publico nella presenza nostra il Magnifico D. Brizio Iacovizzi di questa Terra di Uggiano della Chiesa, il quale agge, ed interviene alle cose infrascritte per se, e per li suoi eredi, e successori, da una parte

E li Magnifici Ippazio, e Tommaso de Abbati fratelli germani della Terra di Tiggiano, commoranti in quella di Minervino, ed al presente in questa di Uggiano, quali una simul, et in solidum, aggono similmente ed intervengono alle medesime infrascritte cose, per loro stessi, e per li loro eredi, e successori § dall’altra parte.

Le sudette parti spontaneamente hanno asserito nella presenza nostra, come havendo detto D. Brizio esercitata, e fatta per l’addietro la professione di speciale di medicina, per cui si ritrova ancora una casa lamiata nella Piazza di questa sudetta Terra di Uggiano in dove esistono ancora tutte le scanzie utili, e necessarie per comporre una bona, e decorosa speciarìa, e tutte piene, ed armate di vasi, e barattoli d’ogni genere, e d’ogni maniera così di creta stagnati, e coloriti e pinti, come di vetro, e cristalli di diverse maniere, la maggior parte de quali si trovano parte pieni, e parte dimezzati di vari capi di droghe, e di composti mantenibili, ed altro; munita, e corredata ne anco la speziarìa sudetta con diversi vasi di rame, ciò è di un lambicco, due buzzonetti, due mortari uno di bronzo e l’altro di marmo, un paro di bilancie grandi di rame, ed un paro piccole con i loro pesi di bronzo ciò è libbre, oncie, dramme,    due armaretti (armadietti) di mescole in parte armati di quelle, un bancone in ordine, e ben disposto, con colonnetta, e statua sopra (probabilmente di Galeno, dio della medicina), e con diversi libri di prattica in tal arte ciò è il Matteoli[2], Corso Chimico dell’Emery[3], e prattica del Cappelli[4] §

lessico-del-capellolemeryerbario-del-matthioli_572

In seguito a tale assertiva soggiunsero le parti sudette esser stati essi fratelli in solidum Ippazio, e Tommaso Abbati in convenzione con detto D. Brizio Iacovizzi di venderli tutte le sopra descritte cose, eccettuatone soltanto la sola casa lamiata con la casella conticua alla medesima per uso di lavoratorio; ma soltanto si son convenuti che detto D. Brizio gliela affittasse per anni quattro ciò è due forzosi, e due volontari per esse ambe parti: e frattanto per detti anni quattro due forzosi, e due volontari come sopra detto D. Brizio si è convenuto di imparare, ed istruire l’arte della chimica, seu di speziale al detto solo Tommaso come si dirà.

E volendono le parti sudette su delle cose espressate stipularci le pubbliche cautele come si conviene; quindi avendono fatte conoscere e valutare da due esperti comunemente eletti le sudette scanzie, vasi, droghe § come di sopra l’hanno apprezzate, e valutate per docati centosissantacinque.

Che però oggi sudetto giorno in vigore della convenzione sudetta, e per ogn’altra miglior via, il sudetto D.Brizio Iacovizzi spontaneamente avanti di noi non per forza, o inganno § da ora liberamente ha venduto, ed alienato, e per titolo della vendita, ed alienazione predetta per fustem § ha dato, ceduto, e rinunciato alli sudetti fratelli Ippazio e Tommaso Abbati in solidum presenti ed in buona fede compranti li sudetti scanzie e armari, vasi di vetro, creta, cristalli, rami, mortari, bilancie, libri, e bancone come di sopra, e tutto quel mobile che si trova dentro la speziaria sudetta, eccetto la sola lamia, e camera di lavorare; con tutte le sue ragioni, azioni, ed intiero stato, e dell’istessa maniera che l’ha egli posseduti li mobili sudetti; talmente che li sudetti fratelli ne potessero disponere insieme come a loro pare, e piace, spiantarne tutto doppo il decorso di detti anni due, ò quattro come sopra, e portarne tutti detti mobili ovumque a loro pare, e piace, non avendosi detto D.Brizio riserbato in quelli cosa veruna, se non che la pura casa, e lavoratorio come sopra.

Quale casa lamiata, e lavoratorio esso D.Brizio spontaeamente l’affitta, come li detti fratelli se l’affittano, e prendono in affitto per il decorso di anni quattro ciò è due forzosi, e due volontari, principiandono a decorrere da oggi sudetto giorno in avanti, e questo per l’annuo estaglio, ò sia fitto di annui docati sette, quali annui docati sette essi fratelli de Abbati una simul, et in solidum si obligano e promettono di darli, e pagarli qui in Uggiano al detto D. Brizio presente sive § in ogni fine di anno detto quatriennio, ò biennio perdurante, e incominciare a pagare li detti primi annui docati sette a tutte le venticinque del mese di giugno dell’entrante anno 17novantadue, e così da indi in poi continuare a pagare detti annui docati sette detto quatriennio ò biennio perdurante in pace, § e senza eccezione alcuna anco di liquida prevenzione; a cui §

E li sopradetti docati centosissantacinque intiero prezzo di dette scanzie, vasi, e tutto come sopra descritti, esso D. Brizio dichiara, e confessa haverseli ricevuti, ed havuti, comeche presenzialmente, e manualmente avanti di Noi numerati in tanta moneta d’argento, ed oro corrente in questo Regno se li riceve, ed have da detti fratelli Ippazio e Tommaso presenti e paganti di loro denaro come dissero.

Del qual prezzo di docati centosissantacinque come sopra ricevuti, ed havuti detto D.Brizio se ne chiama avanti di Noi ben contento, e sodisfatto, e ne quieta, libera, ed assolve li sudetti fratelli de Abbati anche per aquiliana stipola, e patto espresso di altro in avvenire non cercare, né far cercare né in Giudizio né fuori § quia sic §

Ed il sudetto D.Brizio per la convenzione sudetta ha promesso, e si è obligato, come che in presenza nostra promette, e si obliga di ammaestrare, erudire, ed insegnare l’arte chimica sudetta al sudetto Tommaso, ed imparare al medesimo tutto quanto si richiede per essere un buon speciale per lo sudetto tempo, e decorso di detti anni quattro ciò è due forzosi, e due volontari per esse ambe le parti quia sic §

Con patto però che per detto insegnamento, e fastidio, che si dovrà prendere detto D. Brizio per imparare l’arte chimica sudetta al detto Tommaso non possi il medesimo pretendere da detti fratelli de Abbati cosa veruna quia sic ex pacto §

Ed il presente strumento si possi tanto per detto D. Brizio per la consecuzione di detti annui docati sette per detto quatriennio, ò biennio contro detti fratelli de Abbati in solidum, quanto per essi fratelli de Abbati contro detto D. Brizio per osservanza delle cose sudette incusare, presentare, e liquidare in ogni Corte, Tribunale, luogo e foro, etiam via ritus Magnificae Curtis Vicariae.

Qual presente contratto, e tutte le cose nel medesimo contenuto le sudette parti per quanto a ciascheduna di esse ut supra spetta, ed appartiene, hanno promesso d’haverlo per rato, e fermo, ed alle cose sudette non contravenire per qualsivoglia ragione e causa, quia sic §

E per osservanza delle cose predette le riferite parti per quel che alle medesime, ed a ciascuna di loro avante le cose predette spetta, e si appartiene, con giuramento hanno obligato se stesse, e ciascuna di loro, li loro eredi, successori, e beni tutti presenti, e futuri respective, et in solidum una parte all’altra, e l’altra all’una presenti § sub poena dupli et medietate § cum potestate capiendi § costitutione precarii § renunciaverunt § et signanter dicti fratres  leggi de duobus§ certiorati § juraverunt § et promiserunt § stantes in domibus dicti D. Britiis Iacovizzi sitis in habitato Terrae Uggiani, in via vulgo dicto Li Laggetti § ubi § et volverunt § ad consilium sapientis § Unde §”.[5]

A seguito di ulteriori cessioni la farmacia pervenne in proprietà di Domenicantonio Sanzò (famiglia che annoverò tra i suoi membri speziali e medici condotti), e poi, nella seconda metà dell’800, in proprietà di Gennaro Guglielmi.

farmacopola-jacovizzi
“…stantes in domibus Donati Antoni Jacovizzi Farmacopolae sitis intus habitatum huius Terrae Uggiani, loco, ubi  dicitur Lo Puzzo Panessi…”

 

[1] Il compendio ereditario relitto da D. Donato Antonio comprendeva un grande oliveto di nove “macine in fronda” denominato Savorriti, in feudo di Casamassella, confinante da levante con via vicinale, stimato in sede di divisione ereditaria ducati 800; una vigna di cinque “orte”, denominata anch’essa Savorriti, ma in feudo di Uggiano, confinante da nord col predetto oliveto e da sud con via vicinale, stimata 150 ducati; un seminativo di due tomoli, detto Savorritello in feudo di Casamassella, stimato ducati 80; un altro seminativo detto Pesco, di tumoli tre, in feudo di Uggiano, stimato 100 ducati; un oliveto detto Curmuni di diciotto macine in fronda, in feudo di Uggiano, confinante da nord con via pubblica, stimato 970 ducati; un altro terreno detto Vito Moro, composto da un oliveto di una macina e da un seminativo di un tumolo, in feudo di Uggiano, confinante da sud, est ed ovest col predetto oliveto Curmuni e stimato 30 ducati; un altro seminativo detto Mascello, con aia dentro, in feudo di Uggiano, stimato 60 ducati; sempre in feudo di Uggiano un oliveto detto Giardino di Puzzocoja di macine quattro, con alberi da frutto dentro, confinante a nord con via vicinale e ovest con via pubblica, stimato 150 ducati ed un altro oliveto detto Maddalena, di cinque macine, confinante da ovest con via vicinale, stimato 200 ducati; un seminativo detto Santa Maria della Serra, di quattro tomoli in feudo di Otranto, stimato 200 ducati, un oliveto detto Malampi o Filittusa, di cinque macine, in feudo di Casamassella, confinante da nord con via pubblica, stimato 180 ducati; un oliveto detto Palate, in feudo di Uggiano, di dodici macine, confinante con via vicinale da scirocco, stimato 400 ducati; un oliveto detto Casitrane, di otto macine, in feudo di Uggiano, confinante da scirocco con via vicinale, stimato ducati 250; una partita di corti poste vicino all’abitato di Uggiano, e precisamente nelle pertinenze dette Puzzo de Menzo, consistenti in due capanne, pozzo e scernituro, grotta ed altri membri, confinante con via pubblica da scirocco, stimata 80 ducati; un giardino arbustato di alberi comuni, di stoppelli sei, confinante da sud con via pubblica e con la predetta partita di corti, stimato ducati 150; un giardino sito vicino all’abitato di Uggiano, adiacente alle case di abitazione dei germani Iacovizzi, stimato 150 ducati; una vigna detta Pirineo in feudo di Otranto di orte undici piantate e di orte sei da piantare, con casino dentro, composto da tre camere, cucina cisterna, forno giardino con apaio, conigliera e palmento, confinante con via pubblica da sud, stimata ducati 500; la metà (l’altra metà era di proprietà esclusiva di Michele Iacovizzi, cui rimase attribuita, a seguito della divisione, tutta l’abitazione) del comprensorio di case, composto da quattro camere, due alcove, una cucina ed anticamera, con orto, stalla, pagliera, cantina, camerino soprano, site nel cortile detto Lo Panessi, confinante da sud con via pubblica, da ovest col predetto giardino, stimata 200 ducati; una “mula polletra di pelo negro” stimata ducati 115; un “somarrino di pelo castagnazzo” stimato ducati 4; crediti per ducati 301,63, per un asse ereditario stimato in complessivi ducati 5.070,63. In più da dividere tumola 181 di grano in una fossa sita sotto il sopporto del Palazzo di D.Giorgio Gualtieri (ai Panessi), mentre le api del Pirineo dovevano rimanere in comune e i loro frutti distribuiti annualmente.

[2] MATTHIOLI, PIETRO ANDREA, Dei discorsi di M. Pietro Andrea Matthioli sanese, medico cesareo, et del  Serenissimo Principe Ferdinando Arciduca d’Austria, etc. nelli sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia medicinale, pubblicato in Venezia nella bottega d’Erasmo, presso Vincenzo Valgrisi nel 1555. E’ un famosissimo “erbario”, indispensabile per gli speziali, in cui sono descritte circa 1200 specie di piante d’uso medicinale, con bellissime ed accurate tavole botaniche che riproducono i vegetali in ogni loro parte, dalle radici ai fiori, al fine di consentirne il riconoscimento visivo e la distinzione dalle specie consimili, nonché la descrizione del loro habitat e delle utilizzazioni in medicina. Non mancano neanche tavole dedicate ad animali, pesci rettili, insetti e scene complesse.

[3] LEMERY, NICOLAS, Corso di Chimica Del Signor Nicolò Lemery, Ch’insegna il modo di fare l’Operationi, che sono usuali nella Medicina, con metodo facilissimo, E Raggionamenti sopra ciascuna Operatione. Tradotto dall’ultima editione francese, La qual è stata molto aumentata dall’Autore, Et arricchita d’VIII Figure in Rame. In Venetia, 1700, Appresso Gio: Gabriele Hertz. Questo celeberrimo trattato di distillazione fu tradotto in quasi tutte le lingue europee e rappresentò, per gli speziali del tempo, uno strumento indispensabile, al punto che si soleva dire che gli speziali “non possono stare senza il Lemery, più ch’il Prete senza il Breviario”. Vi erano descritti fornelli, vasi, alambicchi e altri strumenti di distillazione, l’estrazione di sali, balsami e magisteri, tinture ed olii per passare all’applicazione dell’arte distillatoria ai tre regni della natura. Il capitolo XIX della parte riguardante i vegetali era dedicato al vino e alla sua distillazione in “Acqua Vita”, per arrivare poi, da questa, allo “Spirito di Vino”. Non mancavano neanche ricette curiose: nella parte riguardante il regno animale, Lemery trattava della distillazione del tabacco, della vipera e perfino di quella del cranio e del cervello umano.

[4 CAPELLO, GIOVANNI BATTISTA, Lessico farmaceutico-chimico contenente li rimedi più usati nella medicina, Venezia, 1728. Era un manuale di farmacologia pratica, contenente un elenco alfabetico dei preparati più usati nella farmacia dell’epoca, con specificazione analitica di componenti e dosi e le possibili utilizzazioni di ogni preparato. Ebbe vasta fortuna ed undici edizioni fino al 1792. L’edizione napoletana è del 1770, e conteneva anche  un breve Trattato delle droghe, e uno scritto sulla Porpora antica e moderna. La preparazioni richiedevano nozioni chimiche grossolane ed approssimative, risentendo dello stato della ricerca in quell’epoca.

[5] Con distinto e contestuale atto notarile, lo stesso D. Brizio Iacovizzi consegnava agli acquirenti fratelli Abbati, a titolo di mutuo, “in tanta moneta d’oro di oncie siciliane di carlini trenta l’una correnti in questo Regno” la somma di ducati centosessantacinque loro occorrente per il pagamento del prezzo della speciarìa. Il prestito sarebbe stato “gratis gratia, et amore e senza interesse alcuno” qualora la somma fosse stata restituita entro il termine di otto giorni, altrimenti la somma andava restituita entro anni quattro, col pagamento, a titolo di “interusurio”, di “docati tredici e grana venti per ragione di anno semestratamente alla ragione dell’otto per cento”, ed in caso di mancata restituzione al termine del quadriennio, si sarebbe continuato ad applicare tale interesse fino all’integrale restituzione, senza che per tal motivo potesse dirsi mutata (in censo) la natura di mutuo, restando comunque libero D. Brizio di chiedere la restituzione della sorte capitale all’esito del quadriennio anche in via esecutiva. Dopo circa un anno e mezzo, e precisamente il 15 gennaio 1793, avendo raccolto la somma di ducati 118 provenienti dalla vendita di alcuni animali e dalla quota di sua spettanza di una divisione, Tommaso Abbati li restituì a D. Brizio, 100 in acconto alla sorte capitale e 18 a titolo di “interusurio”. Il 3 giugno del 1796 D. Brizio Iacovizzi dichiarò finalmente di aver ricevuto il saldo del prezzo dal “Magnifico Tommaso Abbati della Terra di Tiggiano, abitante in quella di Minervino e commorante per più ore del giorno in questa di Uggiano in qualità di speciale di medicina” e gli rilasciò ampia quietanza.

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

UNA PICCOLA BIBLIOTECA PRIVATA

_12anhg85b0wp_20160918_12_25_10_prowp_20160918_14_09_47_pro_123_12_12b_57awp_20160918_13_07_56_pro_12u00mu71x

Quando il 22.6.1819, col decesso del dottor fisico Ippazio Cerrito di Uggiano la Chiesa, si aprì la sua successione ereditaria, dovette procedersi all’inventario, su disposizione del Giudice Circondariale di Otranto, a tutela dei figli nati dal matrimonio con Donna Luigia Salina, alcuni dei quali ancora minori di età. Su istanza del tutore dei minori, il notaio Vitantonio Quintana di Casamassella diede inizio alle operazioni, che si protrassero per giorni interi a causa dell’alto numero di immobili sparsi tra i feudi di Uggiano, Casamassella, Giurdignano, Otranto, Cerfignano. Il Cerrito aveva accumulato un notevole patrimonio immobiliare tra la fine del XVIII e i primi decenni del XIX, anche impiegando somme “a censo”. Le operazioni, per la corposità del compendio relitto, si conclusero soltanto nel novembre dello stesso anno, tanto che l’inventario occupa buona parte dell’intero protocollo notarile.

Nel settembre del 1819 si procedette quindi ad inventariare i mobili presenti nell’abitazione di residenza del Cerrito, sita ad Uggiano in Santa Lucia, “seu Fosso” (il fosso dell’antico castello passava alle spalle della chiesetta di S.Lucia) composta da sei stanze e cucina. Nella sesta stanza fu rinvenuta una nutrita biblioteca, il cui contenuto fornisce indicazioni puntuali sugli studi universitari, sulla formazione scientifica del medico, non disgiunta da quella umanistica e consolidata dai principi morali e di carità cristiana, ma anche sulle inclinazioni personali e sui suoi gusti letterari, che non disdegnavano il poema cavalleresco (Tasso) ed eroicomico (Tassoni). Dal titolo dei testi trapela anche una certa curiosità per l’universo femminile (Le avventure di Saffo, L’arte di conservare la bellezza delle donne). I testi ecclesiastici provenivano dall’eredità del fratello Andrea, sacerdote ed arciprete di Casamassella negli ultimi decenni del ‘700: col testamento dell’8.9.1796 redatto dal notaio Benedetto Maschi il religioso aveva lasciato al fratello l’usufrutto vita durante tantum di tutti i suoi beni, che, dopo la morte di Ippazio, voleva andassero in beneficio del nipote D.Martino Cerrito, anche lui, come il padre, dr. fisico. Nell’assegnare in legato la casa di abitazione in piazza a Casamassella, con tutti gli arredi e biancheria, alla comare Vita Mirico, che l’aveva amorevolmente assistito, il sacerdote aveva formulato espressa eccezione per il “cassabanco, libri, abiti ed altra biancheria che vi si trova” destinati al fratello. Al contempo aveva ordinato e comandato che entro due anni, ovvero entro il luglio 1798, il fratello dovesse “fondare un capitale censo di docati 100 … e l’annue rendite del medesimo servissero per maritaggio di un’orfana l’anno; cioè anni tre per tre orfane della Terra di Uggiano la Chiesa ed anni due per due orfane della Terra di Casamassella, e così poi dovessero fare in perpetuum, et Mundo durante, coll’espressa intelligenza, però, che l’orfane di Uggiano si dovessero bussolare, ed estrarre a sorte dal Paroco pro tempore, e Clero che vi sarà, e ciò dovesse farsi nella vigilia di S.Maria Maddalena, che cade alle ventuno di qualunque mese di luglio, e quelle di Casamassella si dovessero anche estrarre dal Paroco pro tempore, e Clero che vi sarà nel giorno della vigilia di S.Michele Arcangelo, che cade alle ventiotto di qualunque mese di settembre; quali annue rendite si dovessero dare, e sborzare, subbito dopo et immediate all’orfane suddette che li sarà uscita la sorte, senza aspettare il tempo che passar dovranno a marito; ma che fussero preferite però quell’orfane di Padre e Madre, tal che essendovene di queste una sola tanto in detta Uggiano, quanto in detta Casamassella, non vi fusse bisogno di bussola, ma si dovessero dare l’annue rendite suddette liberamente, e senza pregiudizio alcuno”. Peraltro, nel testamento ordinava che il tutto fosse gestito non dal fratello personalmente, ma da una terza persona di fiducia dell’erede, da individuarsi nel termine dei due anni dalla sua morte.

Le ampie disponibilità economiche consentirono al Mag.co Ippazio Cerrito di erigere, su concessione del Comune, titolare del juspatronato sull’edificio sacro, il prezioso altare privilegiato dedicato a S.Maria Maddalena, collocato nel lato sinistro del transetto della Matrice Chiesa di Uggiano.

Ippazio Cerrito aveva certamente studiato a Napoli, come del resto a quell’epoca solevano fare i giovani regnicoli di buona ed agiata famiglia. Riprova ne sia che alcuni testi di medicina sono opera di noti medici e professori universitari napoletani, quali Domenico e Niccolò Cirillo, e Domenico Cotugno. Tra i testi indicati nell’inventario, figura l’Antinewtonianismo del concittadino Celestino Cominale, medico straordinario e professore di filosofia e matematica presso l’università partenopea, oltre che titolare di scuola privata nella capitale, e ciò induce a pensare che all’epoca il testo facesse parte del piano di studi universitario.

Nel riportare l’inventario dei libri, ho sottolineato il titolo dei testi di materia ecclesiastica, mentre ho evidenziato in grassetto quelli di medicina. A volte l’individuazione precisa dei testi non è stata possibile per la pessima grafia, la frettolosa approssimazione e l’imprecisione linguistica del notaio, che sicuramente si limitò a scrivere (in alcuni casi meno dell’essenziale, purtroppo) su dettatura dei due uggianesi che vi intervennero quali periti incaricati della stima, il primo canonico presso la Metropolitana Chiesa di Otranto, l’altro medico condotto:

“A di 22 settembre ore 14 d’Italia si è aperta l’azione, e ci siamo intromessi nella sesta stanza, ove abbiamo ritrovato in quella un armadio, con libri, quale, dopo la dissiggillazione, si è inventariato, adoperandosi per l’estimo di tutti libri, la maggior parte di essa, di medicina, ed altri a tema religioso, medici fisici signori Canonico Don Francesco Antonio Nachira e Don Tobia Foscarini di Uggiano, periti concordemente eletti dalle parti interessate, e sono i seguenti, previo giuramento prestato:

= cinque tomi di Sabatier[1] del valore di ducati cinque                                                          5:

= Lorenzo Nannoni, Trattato di Anatomia e Fisiologia[2], del valore di due                     2:

= Anatomia del dott. Giacomo Benigno[3] in tre tomi, valore carlini ventidue             2:20

= Consulti Medici di Cerillo[4], tomi tre, valore                                                                         1:80

= Conigliati[5], tomi due, valore carlini sedici                                                                           1:60

= Torquato Tasso[6], tomi due, valore ducati sei                                                                       6:

= Sovages[7], Patologia, tomo uno, valore                                                                                  0:60

= Ippocrate, Opera omnia[8], tomi due, valore carlini sedici                                                 1:60

= Storia Ecclesiastica, tomo uno, valore carlini sei                                                                      0:60

= Consulti medici del Sig. Dott. Giuseppe del Papa[9], tomo uno in due,

valore carlini sedici                                                                                                                             1:60

= Discorsi sacri (morali) di Giovan Battista Campadelli, tomo uno, dico uno, valore carlini sei   0:60

= Salmistica de Sacramentiis, un tomo in due, valore carlini otto                                           0:80

= Antineotonianismo[10], tomi quattro legati alla rustica, valore docati quattro             4:

= Teologia morale, un tomo, valore sedici carlini                                                                        1:60

= Leggenda della vita di Maria Vergine, un tomo, valore carlini quattordici                         1:40

= Discorsi sacri (morali)  di Giovan Battista Campadelli, tomo uno, valore otto carlini 0:80

= Elementi di geometria piana, tomi due, valore carlini diciotto                                             1:80

= Dell’uso dei bagni di Enrico Mattia[11], un tomo, carlini sei                                               0:60

= Trattato morale della Carità Cristiana[12], un tomo, carlini sei                                             0:60

= Teologia di Caspare Geremia tomi due, valore carlini dodici                                               1:20

= Per la forza dell’immaginazione delle donne gravide di Giacomo Blondel [13]

un tomo, carlini sei                                                                                                                              0:60

= Trattato delle malattie dei bambini[14], un tomo, carlini sei                                                 0:60

= Tacquet, Geometria piana[15], un tomo, carlini dodici                                                           1:20

= Formulario di combinare medicamenti, un tomo, carlini cinque                                          0:50

= Synopsis universae medicinae practicae[16], tomo uno, valore carlini otto                       0:80

= Teologo nelle oneste conversazioni[17], tomo uno, carlini cinque                                         0:50

= Istituzioni di Filosofia ad uso del Seminario Napolitano, tomi due, sei carlini                    0:60

= Fis(i)ologia di Cullielmo Cullen[18], tomi tre, carlini dieciotto                                         1:80

= Nosologia di Domenico Cirillo[19], tomi quattro, carlini trenta                                       3:00

= Commentario[20] di Cirillo un tomo, valore carlini sei                                                         0:60

= Antonio Scarpa[21], tomi due, valore carlini dodici                                                              1:20

= Legge di Iddio verso il prossimo, tomi cinque, carlini venti cinque                                       2:50

= Trattato sulla podagra[22], un tomo, carlini quattro                                                              0:40

= Fisiologia di Andrea Antonio Laurenzio Altieri, tomi due, carlini otto                            0:80

= Memorie dei Curiosi[23] di Medicina, tomi dieci, valore carlini trenta                              3:00

= Della grandezza di Gesù Cristo di Francesco Pepe, tomo uno, carlini quindici                 1:50

= L’operazioni di Huzam[24], tomi due, carlini dodici                                                             1:20

= Lezioni catalettiche di Giuseppe Morsali, tomi sette, carlini venti sette                        2:70

= Medicina di Aurelio Cornelio Cezzo[25], tomi due, carlini venti                                       2:00

= Medicina operatoria del Signor Sabatier[26], tomi quattro, carlini dieciotto                  1:80

= Huxam[27], Medicina pratica, tomi quattro, carlini venti                                                  2:00

= Commentario de’ morbi[28] tomi due, carlini dodici                                                              1:20

= Bibliotecha medica[29], tomi due, carlini sette                                                                        0:70

= Arte ostetricia[30], tomo uno, carlini cinque                                                                             0:50

= Ales[31], un tomo, carlini sei                                                                                                        0:60

= Istituzioni di Filosofia ad usum Seminarii, tomi due carlini dieci                                            1:

= Trattato di materia medica[32] di Cullen, tomi quattro, dieciotto carlini                         1:80

= Nova cucina, tomi cinque, carlini venti                                                                                       2:

= Medicina pratica di Nicola Andria[33], un tomo, carlini sei                                                 0:60

= Trattato dell’acqua perduta d’aconìa, tomi due, carlini quattro                                            0:40

= Mead, Opera medica[34], un tomo, carlini dodici                                                                     1:20

= Giornale fisico-medico[35], tomi sei, trentasei carlini                                                             3:60

= Giovanni Andrea Muraii[36], Medicina, tomi sei, carlini trenta                                       3:

= Medicina pratica intorno alla lue venerea[37], tomo uno, sei carlini                                    0:60

= Trattato delle malattie dei bambini[38], tomo uno in due, carlini nove                              0:90

= Opuscoli vari, valore carlini cinque                                                                                              0:50

= L’arte di conservare la bellezza delle donne[39], un tomo, carlini cinque                             0:50

= Dissertazione del catarro epidemico[40], un tomo, carlini cinque                                         0:50

= Materia medica di Cirillo[41], un tomo, carlini cinque                                                           0:50

= Idem, un tomo, carlini cinque                                                                                                         0:50

= Viaggi di anatomia (?), tomi cinque, carlini venti                                                                     2:00

= Guido Baldo Bonarelli[42], tomi due, dodici carlini                                                                 1:20

= La secchia rapita[43] del Tassoni, un tomo, carlini otto                                                           0:80

= L’avventure di Saffo[44], un tomo, carlini sei                                                                              0:60

= Opuscoli[45] di Augustino Forni, tomi due, carlini dieci                                                          1:00

= Malattie fisilitiche[46], tomi quattro, carlini dieciotto                                                              1:80

= Estratto dell’Arte Poetica di Aristotile[47], tomi dodici, ducati 6                                              6:00

= Arte di scrivere per uso di giovinetti[48], tomi due                                                                        0:10

= Della Carità Cristiana[49] di Ludovico Antonio Muratori, carlini sei                                    0:60

= Giovanni Adolfo, tomo uno, carlini cinque                                                                                 0:50

= Bibliotecha medica[50] di Luigi Giobbe, carlini quattro                                                          0:40

= Cullielmo Cullen[51], tomo uno, carlini cinque                                                                       0:50

= Laurenzio Altieri (dell’Ordine dei frati minori conventuali di S.Francesco, Dottore in Teologia Sacra e Professore di Teologia Dogmatica e Morale nella Pontificia Università di Ferrara), un tomo, carlini cinque                                                    0:50

= Fisica generale ad uso del Seminario di Napoli, tomi due dieci carlini                                  1:00

= Febbre gialla[52], un tomo, carlini cinque                                                                                   0:50

= Dizionario chimico[53] di Macquiel, tomi dieci, ducati cinque                                              5:00

= Grammatica greca, quattro carlini                                                                                                  0:40

= Bibliotecha fisica[54], tomi venti, docati 8                                                                                  8:

= Istituzioni anatomiche[55], tomi due, carlini dodici                                                               1:20

= Opere chirurgiche[56], tomi due, carlini otto                                                                              0:80

= tomo settimo della Legge d’Iddio, carlini quattro                                                                     0:40

= Medicina pratica [57]di Cullen , tomi due carlini otto                                                             0:80

= Le notti di Joung[58], un tomo, carlini sei                                                                                  0:60

= Romanzo, tomo uno, carlini due                                                                                                     0:20

= Osservazioni per le fe… dell’ospedale, un tomo carlini due                                                        0:20

= Osservazioni di Cotugno sulla sciatica[59], un tomo carlini tre                                           0:30

= Raccolta di scritture mediche [60], tomo uno, carlini otto                                                    0:80

= Geografia di Rosetti, un tomo, carlini dodici                                                                               1:20

= De’ morbi venerei[61], tomi due, carlini dieciotto                                                                       1:80

= De morbis nervorum[62], un tomo, carlini dodici                                                                       1:20

= Botanica, tomo uno, carlini cinque                                                                                                 0:50

= Enciclopedia[63], tomi sedici, ducati sedici                                                                                 16:

= Sydenham, Opera medica[64], tomo uno, carlini dodici                                                          1:20

= Sovages[65], tomi due, carlini venti                                                                                         0:20

= Istoria epidemica di Napoli, tomi trenta, carlini dodici                                                             1:20

= Istoria ecclesiastica[66], tomi sedici otto ducati                                                                          8:

= Thomas Villis, Opera omnia[67], un tomo carlini venti                                                          0:20

= Bibliotecha medica, tomi quattro carlini dieciotto                                                                     1:80”

L’elenco di libri rari e preziosissimi dà contezza della modernità del sapere scientifico che si dispensava nell’”archeoginnasio” napoletano, dove confluivano le opere dei più grandi scienziati e medici europei del tempo, tradotte in italiano e dati alle stampe a Venezia o a Padova o nella stessa Napoli, ormai faro della cultura meridionale sotto i Borboni.

wp_20160919_00_43_09_prowp_20160918_23_16_08_prowp_20160919_00_02_17_prowp_20160918_23_27_31_prowp_20160918_23_26_58_prowp_20160918_23_26_10_prowp_20160918_23_22_58_prowp_20160918_23_21_30_prowp_20160918_23_16_45_prowp_20160918_12_52_42_prowp_20160918_13_23_25_prowp_20160918_23_19_32_proforno-agostino

[1] Dovrebbe trattarsi del Trattato completo di Anatomia del Sabatier stampato a Venezia nel 1798 presso Domenico Costantini.

[2] Trattato di Anatomia, Fisiologia e Zootomia di Lorenzo Nannoni, in Siena nella stamperia di Luigi e Benedetto Bindi, 1789.

[3] Jacques Bénigne Winslow. L’opera fu stampata in seconda edizione in Napoli nel 1766 per i tipi di Giovanni di Simone.

[4] Niccolò Cirillo, Professore primario di medicina a Napoli, Consulti medici. L’opera fu stampata nel 1738 a Napoli presso Novello de Bonis.

[5] Non è indicato il titolo dell’opera, ma doveva trattarsi di un testo di argomento religioso.

[6] Probabilmente, dal numero di tomi, la Gerusalemme Liberata.

[7] François Sauvages de la Croix, Tractatus duo pathologici.

[8] Hyppocratis opera omnia, opera stampata per la prima volta in Venezia nel 1526 a cura di Maurizio Andrea.

[9] Stampato a Roma nel 1733 presso Giovanni Maria Salvini.

[10] Anti-Newtonianismi, dell’uggianese Celestino Cominale, stampato in Napoli nel 1754 per i tipi di Benedetto Gessari.

[11] Della natura e dell’uso dei bagni di Enrico Mattia Marcard (Heinrich Mathias Marcard), opera pubblicata a Pavia nel 1802 per i tipi di Giovanni Capelli.

[12] Di Ludovico Antonio Muratori, opera pubblicata in Venezia nel 1738.

[13] Della forza dell’immaginazione delle donne gravide sopra il feto, di Jaques Blondel, stampato in italiano in Ferrara nel 1760. Dottore in medicina, membro del Collegio Medico di Londra il Bondel pubblicò l’opera nel 1737 allo scopo di vincere i pregiudizi legati alla trasmissibilità al feto dei segni delle sensazioni provate dalla madre durante la gravidanza.

[14] Opera di Nils Rosen von Rosenstern, tradotta dal tedesco da Giovanni Battista Palletta e pubblicata in Milano per i tipi dell’Imperial Monistero di S.Ambrogio Maggiore nel 1780.

[15] Andreae Tacquet Societatis Jesu, Elementa euclidea geometria plana, ac solidae, Venezia 1746 per Giuseppe Bertella.

[16] Opera di John Allen, pubblicata in Venezia nel 1727.

[17] Il teologo nelle oneste conversazioni con i saggi del mondo, stampato nel 1746.

[18] Guglielmo Cullen, nato nel 1712, professore ad Edimburgo, morto nel 1790. Quest’opera è del 1777, stampata in Italia nel 1783.

[19] Nosologiae Methodicae rudimenta, stampata in Napoli nel 1780. Medico personale della famiglia reale, naturalista e massone, Domenico Cirillo aderì alla repubblica napoletana e finì sul patibolo dopo il suo fallimento, per aver rifiutato di adbicare alla idee repubblicane. Sulla sua figura scrisse ampiamente Benedetto Croce.

[20] Probabilmente il Commentarium de essentialibus nonnullorum plantarum characteribus di Domenico Cirillo, stampato a Napoli nel 1784.

[21] Famoso anatomista e chirurgo, attivo prima presso l’Università di Modena e Reggio e poi in quella di Pavia. Non è indicato il titolo dell’opera, ma probabilmente, considerando il numero dei tomi e la data di pubblicazione, si trattava del Trattato sulle principali malattie degli occhi.

[22] Opera di Thomas Sydenham.

[23] Rivista dell’Accademia dei Curiosi.

[24] Huxham John, medico scozzese.

[25] De Medicina, di Aurelio Cornelio Celso, pubblicato in latino da Giansenio e tradotto in italiano dall’Abate Chiari da Pisa nel 1747.

[26] Raphael Bienvenu Sabatier, opera del 1796, stampata in Napoli nel 1802.

[27] Huxham John, 1692-1768.

[28] Mead Richard, Commentarius de morbis insignioribus. Qui in Bibliis memorantur, 1749.

[29] Opera di Christian Guilhelm Kestner, Iena 1746.

[30] Arte ostetricia teorico-pratica di Giuseppe Nessi, Pavia 1779, poi in Venezia nel 1797.

[31] Hales Stephen; probabilmente si trattava dell’opera Statica de vegetabili ed analisi dell’aria. Opera del dottore Stefano Hales tradotta dall’inglese con varie annotazioni, Napoli, presso Gaetano Castellano, 1776.

[32] Padova, 1704.

[33] Nato a Massafra nel 1748, fu a Napoli allievo di Serao, Vairo e Cotugno. A 23 anni aprì una scuola medica nella sua casa che ebbe molto successo potendo egli arricchirla delle conoscenze di chimica sperimentale. Fu chiamato come sostituto del dott. De Rubertis nella cattedra di Medicina Pratica e poi si vide assegnata la cattedra di Agricoltura, per passare infine a quella di Fisiologia, Patologia e Nosologia.

[34] Mead Richard, Opera medica. Editio novissima figuris illustrata ac pluribus mendis exposita, Neapoli, Domenicus Terres edidit apud Michelem Morellium, 1779.

[35] Luigi Vincenzo Brugnatelli, 1795.

[36] Giovanni Andrea Murray, nato a Stoccolma nel 1740, morto nel 1791; fu professore di medicina e direttore del giardino botanico a Gottinga. L’opera è forse la Biblioteca di medicina pratica del 1774.

[37] Osservazioni pratiche intorno alla lue venerea, opera di Domenico Cirillo, in Napoli 1785 ed in Venezia presso Francesco di Niccolò Pezzana nel 1786.

[38] Potrebbe trattarsi dell’opera di Cristoffaro Girtanner, pubblicata in Venezia nel 1803 per i tipi di Giustino Pasquali quondam Mario.

[39] Abdeker ossia l’arte di conservare la bellezza delle donne, di Antoine Le Camus, che tradusse un manoscritto di Abdeker, medico personale di Maometto II. L’opera, che contiene una raccolta di curiose ricette di toilette, oltre a considerazioni sul peso e sulla pelle femminili ed aneddoti orientali, fu tradotta dal francese e pubblicata in Venezia nel 1787 ad opera di Vincenzo Formaleoni.

[40] Probabilmente l’opera di Antonio Pepe, medico napoletano, pubblicata nel 1768.

[41] Materia medica regni mineralis di Domenico Cirillo, stampata in Napoli nel 1792.

[42] E’ un esponente dell’Arcadia. Non è indicato il titolo dell’opera.

[43] Pubblicata nel 1744.

[44] Le avventure di Saffo: poetessa di Mitilene, opera di Alessandro Veri stampata in Roma ed in Genova presso Faugoni nel 1809.

[45] Opuscoli del Barone Agostino Forno Accademico del Buon Gusto, Volgarmente appellato il Barone della Tavola, stampato in Napoli nel 1798 per Vincenzo Mazzola-Vocola, tra i cui contenuti ve ne sono alcuni, quali la Dissertazione sopra le Doti de i Maritaggi e la Dissertazione nella quale provasi non esser valevole la Fisica Medicina a prolungare l’Umana Vita, che appaiono particolarmente attinenti alla vita ed alla professione del Cerrito.

[46] Rectius, sifilitiche.

[47] Opera di Pietro Metastasio.

[48] Opera di Vincenzo de Muro, Napoli 1805.

[49] Della Carità Cristiana in quanto essa è amore del prossimo – Trattato morale di Lodovico Antonio Muratori, stampato in Modena nel 1723.

[50] Pubblicata a Padova nel 1801.

[51] Guglielmo Cullen, non è menzionata l’opera.

[52] E’ probabile si tratti dell’opera di Gian Giacomo de Bartoldi, stampata in Venezia nel 1805.

[53] Macquer Pietro Giuseppe, Dizionario di chimica, stampato in Napoli presso Giuseppe Maria Porcelli nel 1786.

[54] Biblioteca fisica d’Europa, di Luigi Vincenzo Brugnatelli, in Pavia nella stamperia del Monastero di S.Salvatore, 1791.

[55] Forse le Istituzioni anatomiche del signor L.M.A. Caldani, stampate per Bettoni tipografo dipartimentale a Brescia nel 1807, o più probabilmente le Istituzioni dell’Astut.

[56] Opere chirurgiche di Filippo Masiero, Primo Chirurgo del Pio Ospitale di S.Francesco Grande di Padova, Padova, 1707.

[57] Elementi di medicina pratica di Guglielmo Cullen, Padova nella stamperia del Seminario, 1794 .

[58] Tradotta dall’Abate Alberti e stampata in Napoli nel 1785 presso Giuseppe di Bisogno.

[59] Domenico Cotugno, Commentario sulla sciatica nervosa, Napoli 1765.

[60] Raccolta di scritture mediche appartenenti alla controversia de’ vescicatori, di autore anonimo, pubblicata in Venezia presso Francesco Pitteri nel 1749.

[61] Opera di Joseph Jacob Von Plenck, stampata in Venezia presso Giuseppe Orlandelli nel 1793.

[62] di Ermanno Boerhaave.

[63] Non è dato sapere con certezza se fosse la versione italiana dell’opera di Diderot.

[64] Sydenham Thomas, Opera medica in tomos duos divisa, stampata in Venezia nel 1762 e ristampata in Napoli per i tipi di Francesco Manfredi nel 1767.

[65] rectius, Sauvages, probabilmente i Physiologiae Elementa, Venezia presso Giovanni Battista Pasquali, 1784.

[66] Opera di Frate Giuseppe Agostino Orsi, Ferrara 1756.

[67] Thomas Willis, pubblicata nel 1681.

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

PAPA MOSCO E GLI OSPITALIERI

WP_20150207_029

Potrebbe essere cronaca dei nostri giorni la triste sorte dei cristiani rapiti nei secoli scorsi dai maomettani sulle coste dello Ionio, fatti schiavi e trasportati per sempre in oriente, lontano dai loro affetti e dalla terra natale che non avrebbero più rivisto. Disperato destino, quello dei prigionieri che, per la povertà della famiglia di appartenenza, non potevano neanche sperare in un riscatto. Nei primi del ‘600 sorsero le prime istituzioni pie con lo scopo precipuo di riscattare i “cattivi”, ma le dotazioni consentivano di liberarne una percentuale assai limitata. La maggior parte doveva rassegnarsi, nella migliore delle ipotesi, ad una vita da schiavi in terra straniera e con le catene ai piedi. Un atto notarile redatto in Otranto nel 1604 ci narra la vicenda di un “papas” greco, rapito dai turchi assieme a moglie e figli, e sfuggito alla prigionia dopo lunghi anni di cattività. Con tale atto il sacerdote cattolico di rito greco, autorizzato dal Papa e dallo stesso Re di Napoli, all’epoca Filippo III d’Austria, a questuare e chiedere elemosine per tutto il regno al fine di accumulare le somme necessarie al riscatto dei familiari ancora in schiavitù, dà incarico ad uno “spitalario” cipriota dell’hospitale” di San Giovanni Battista di Otranto, di procedere alle questue ed alla raccolta delle elemosine a tale scopo, rendendone poi conto al mandante. Gli spitalari di S.Giovanni Battista, furono istituiti a Gerusalemme ai tempi delle crociate. Già nel 1113 con apposita bolla Papa Pasquale II concesse all’ordine degli spedalieri di San Giovanni Battista di Gerusalemme una serie di privilegi, decretando al contempo che a tale spedale fossero soggetti tutti gli altri spedali già fondati dall’ordine, ad Asti, Pisa, Bari, Taranto, Messina ed anche ad Otranto. Presso tali spedali affluivano e si raccoglievano i pellegrini in viaggio per la Terra Santa, che si spostavano sotto la protezione degli spitalari, incaricati non solo di assicurare la sicurezza delle strade, ma anche quella della navigazione, in adempimento del voto di difendere, anche con le armi, i poveri, i pellegrini e la fede. All’epoca del fatto i Cavalieri di San Giovanni erano chiamati Cavalieri di Malta, giacché dopo la cacciata da Gerusalemme alla fine del XII secolo, e da Rodi nel 1522 ad opera dei maomettani, erano approdati in quell’isola, stabilendovi la nuova sede. L’abito religioso adottato dai frati-cavalieri era costituito da un mantello nero, con una croce di tela bianca ad otto punte (ad indicare le otto beatitudini), appuntata sul petto dalla parte del cuore, ad imitazione delle veste usata nel deserto da S.Giovanni Battista. Regola dell’ordine era quella di uscire per città e borghi non da soli, ma in compagnia, e di elemosinare per i poveri. E’ quindi l’efficienza  della questua il motivo della procura. La presenza in Otranto di tale ospizio di San Giovanni Battista per l’accoglienza ed il raduno deFotoi pellegrini in viaggio per la Terra Santa, è attestata in più atti coevi. In uno di essi viene localizzato vicino alla Madonna del Passio, quindi nei pressi del porto.

Nel primo entroterra idruntino, lungo la valle dell’Idro, dove alcuni poderosi muri di pietra lasciano immaginare un’antica struttura fortificata, un concio porta ancora incisa una Croce di Gerusalemme, mentre altre pietre raccontano, coi loro graffiti, la partenza dal porto di una flotta di velieri e galee: forse la flotta cristiana diretta a Lepanto nel 1571, tra i cui legni combatterono anche i Cavalieri di Malta e dove trovò posto anche il poeta idruntino Lelio Cleopasso, che ne cantò le gesta.

Ecco la trascrizione dell’atto e la sua traduzione, con preghiera di perdonare la mancata soluzione di un passaggio, che non impedisce, comunque, la piena comprensione del testo.

“Procuratio

Pro

Papa Mosco Glichi sacerdote greco

Die 23 mensis Aprilis 2ae Indictionis 1604: Hydrunti. In nostri praesentia constitutus Papa Moscus

Glichi sacerdos grecus asseruit coram nobis captum fuisse se

ipsum cum eius uxore et filijs a Turcis, et in eorum manibus servum et

captivum per longum tempus permansisse. Tamdem Deo Optimo Auxiliatore

aufugit ab eorum manibus, relictis eius uxore, et filijs in posse Turcarum

predictorum, sub spe eos redimendi: et stante eius notoria paupertate

habuisse recursum ad Romanam Urbem a, qua et a, Sommo Pontefice

obtinuisse patentes literas, ut quaestuare possit et valeat pro acquirenda pecunia

necessaria pro exconvertendo in redemptionem dictorum suorum uxoris et

filiorum, pro ut paret per patentes literas expeditas in dicta Alma Urbe

Romae sub die 2 mensis Januarij 1604; et deinde accessisse Neapoli

etiam ad Suam Excellentiam et eius Collaterale Consilium a, quibus similiter obtinuisse

patentes literas, ut liceat sibi, et quaestuare possit per totum presentem Regnum

per causa exposita cum facultate etiam relinquendi etiam constituendi procuratores

circa quaestuationem predictam et pro effectu exposito, pro ut paret per

patentes literas expeditas per Suam Excellentiam et eius Collaterale Consilium sub

die XII mensis Februarij 1604: in Regio Palatio Neapoli. Et intendens

ipse asseruens continuare dictam quaestuationem et in ea perseverare

pro effectu predicto et non volens in ea vacare ut dixit et diligenter

attendere ex eo quia jam itur cum (?) est ad partes orientales:

confisus igitur de fide integritateque Basilij Perrettj

greci cipriotij spitalarij in hospitale Sancti Joannij Baptistae

de Hydrunto, dictum quidem Basilium ibidem presentem et omnes huiusmodi

quaestuationes in se ipsum recipientem, sponte coram nobis omni meliori via

vigore poteris, et facultatis sibi traditae per predictas patentes literas

Suae Excellentiae fecit, constituit suum verum procuratorem, et procuratorio

nomine et pro parte ipsius constituentj et pro eo mendicandum et

quaestuandum per totum presentem Regnum Neapolitanum et elemosinam

petendum a, quolibet sponte, et voluntarie dante, porrigente

et offerente elemosinam, seu elemosinas pro redemptione

et recaptu predictorum cattivorum, VL eius uxoris, et filiorum.

De quibus quidem elemosinis quaestuandis, et habendis

ut supra actus publicum teneatur, et debeatur notare et

scribere in libro claro et lucido et de dictis

elemosinis ut supra quaestuandis et habendis reddere

computum et rationem dicto costituenti in eius regressu

et ad omnem eius simplicem requisitionem ….. et concedit

omnimodam potestatem quaestuandi et generaliter promittens

habere ratam et juravit in cuius rei testimonium.

Presentibus

Troyano Abbate regio ad contrattus iudice

Abbate Ottavio Molle canonico hydruntino

Pompeo Mongiò et Jo. Andrea Mongiò Montagna

de Hydrunto”.

Traduzione

Procura a favore di Papa Mosco Glichi, sacerdote greco

Il 23 aprile, seconda Indizione, 1604 in Otranto. Costituito in nostra presenza Papa Mosco Glichi, sacerdote greco,  afferma davanti a noi di essere stato rapito, lui stesso con sua moglie ed i suoi figli dai Turchi, e di esser rimasto nelle loro mani servo e prigioniero per lungo tempo. Fino a quando, con l’aiuto dell’Ottimo Dio, fuggì dalle loro mani, lasciando sua moglie e i suoi figli in potere dei predetti Turchi, con la speranza di riscattarli: ed a causa della sua notoria povertà (riferisce) di aver fatto ricorso all’Urbe Romana, e di aver ottenuto da essa e dal Sommo Pontefice lettere patenti per poter questuare e utilizzare la questua per acquisire le somme necessarie per ottenere la liberazione di detti suoi moglie e figli, come si evince dalle lettere patenti spedite in questa Alma Città di Roma sotto il dì 2 del mese di gennaio 1604, e di essersi poi recato a Napoli anche presso Sua Eccellenza (il Re) ed il Suo Collaterale Consiglio, e di aver da essi ottenuto similmente lettere patenti, grazie alle quali fu autorizzato a questuare per tutto il Regno per l’indicata finalità, con facoltà sia di abbandonare sia di costituire procuratori in relazione alla questua predetta, e per la finalità indicata, come si evince dalle lettere patenti spedite da Sua Eccellenza e dal Suo Collaterale Consiglio sotto il dì 12 del mese di febbraio 1604 nel Regio Palazzo di Napoli. E volendo lo stesso dichiarante continuare la questua per la predetta finalità e non volendo in questa mancare, come ha detto, e diligentemente attendere da esso ciò che già si porta (?) nelle terre d’oriente, avendo fiducia nelle fede e nell’integrità di Basilio Perretti, greco cipriota, ospitalario nell’Ospedale di San Giovanni Battista di Otranto, lo stesso predetto Basilio, qui stesso presente, e ogni e qualsiasi questua in se stesso ricevente, spontaneamente davanti a noi, per ogni miglior effetto, in vigore del potere e della facoltà a se stesso attribuite dalle lettere patenti di Sua Eccellenza, istituisce e costituisce suo e vero procuratore, e in nome procuratorio e per conto dello stesso costituente e per mendicare e questuare in suo favore per tutto il presente Regno Napoletano e chiedere elemosina da chiunque spontaneamente e volontariamente voglia dare, porgere, offrire elemosina o elemosine per la redenzione ed il riscatto dei predetti prigionieri, ovvero madre e figli. Delle quali elemosine da questuare e da ricevere come sopra costui sia tenuto come pubblico ufficiale e debba annotarle e scriverle in un libro chiaro e limpido e di dette elemosine da questuare e raccogliere come sopra debba rendere conto e ragione ad esso costituente in suo regresso e ad ogni sua semplice richiesta… ed ha concesso ogni potestà di questuare e promettendo generalmente la ratifica ed ha giurato quale testimone del fatto in presenza di Troyano Abbate, regio giudice a contratti, dell’abate Ottavio Molle, canonico idruntino, di Pompeo Mongiò e di Giovanni Andrea Mongiò Montagna di Otranto”.

2 commenti

Archiviato in seicento, viceregno austriaco

SONETTO DI LONDRA

WP_20150912_169Spigolando tra i protocolli notarili, tra le fredde e ricercate calligrafie che, con sfoggio di latinismi e ampollose formule, scandiscono momenti topici dell’esistenza umana, doti matrimoniali, vendite, censi, giuramenti solenni, attestazioni di conoscenza e verità, testamenti, ci si può anche sorprendere a fare incontri strani ed inusuali. Una ciocca di capelli di 300 anni fa dall’aspetto straordinariamente vivo custodita in un atto di emancipazione, l’esoscheletro di un insetto, magari di una specie ormai estinta, ancora accomodato nei cunicoli scavati dalle tarme nel tomo, un foglietto volante di appunti, una corrispondenza riservata, un listino prezzi del mercato dei cereali, un ritaglio triangolare di tela d’altri tempi. Piccoli labili particolari di un vissuto quotidiano che immergono immediatamente in esistenze anonime. Ce ne sono alcuni che reclamano un’attenzione particolare, rivelano caratteri dell’animo di chi li ha dimenticati involontariamente, e rimandano persino a vezzi, passatempi, divertimenti. Un indovinello del 1785. Certo, anche un indovinello ha questo potere. Chi non ricorda la trepidazione di quella sera intorno al focolare, la voglia di arrivare prima degli altri a sciogliere l’enigma nascosto nelle laconiche parole del vecchio contadino, il desiderio di cogliere la primizia di un seme di saggezza ancestrale che potesse schiuderci, come pietra filosofale, la verità dell’esistenza?

E allora non voglio privarvi del divertimento. Ecco a voi il sonetto alchemico ritrovato.

“Sonetto di Londra proposto con un premio di mille doppie a chi lo spiegherà depositate nel Banco Andebozza, colla spiegazione dell’Autore, sigillata in Rogito di Notare, ed al Banco medesimo debbano i Concorrenti indrizzare le loro spiegazioni –

Son di me Figlio, Fratre, Padre ed Avo

E son Vergine, e Madre, e Balia e Moglie

Son vile, e cerca ogn’un trarmi a sue voglie

Son Drago crudo, Aquila negra e Schiavo

Siam sette, e solo gl’altrui vizzi lavo

Col morir di mia man né mai mi taglia

La vita alcun, perché nelle mie spoglie

Andando altiero a me la vita lavo (cavo)

Fui terra, ed acqua,  e dell’eterni Elementi

Vivo, e son mortal, qual uomo anch’io

Ho carne, ed ossa nel mio corpo, sorti

Ma s’ottener ha tu di me desio

Fa’ ch’un morto mi uccida, e i miei Parenti

Si pascan di mie carni, e sangue mio

                     Che sarà com’è un Dio

Amato in terra, e riverito insieme

E i posteri saran di Regal Seme.

    Esse sono state fin’ora pubblicate colle stampe venete, e sono cioè per il Sole, il tempo e l’inchiostro.

Adest le spiegazioni ed interpetrazioni.”

Nonostante quest’ultima affermazione, il notaio uggianese Benedetto Maschi non ha allegato la soluzione, sicché sta a voi trovarla.

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria